sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Luigi Manconi


La Stampa, 19 luglio 2021

 

Esiste una soglia oltre la quale la violazione sistematica dei diritti fondamentali della persona e la mortificazione della dignità umana impongono di rifiutare qualsiasi calcolo politico, anche quando fondato su interessi nazionali o regionali e su valutazioni geo-strategiche?

È possibile, cioè, individuare una misura di sofferenza e di vergogna, di efferatezza e di barbarie, superata la quale risulti riprovevole, e alla lunga improduttivo, stringere compromessi con gli artefici dell'orrore? Penso di sì, e penso che quanto accade nel tratto di mare tra le coste italiane e quelle libiche abbia oltrepassato, appunto, il confine - convenzionalmente e storicamente tollerabile - dell'ignominia.

Tuttavia, la stragrande maggioranza della Camera dei Deputati, compreso il gruppo di Fratelli d'Italia e con l'eccezione di una quarantina di parlamentari, ha rinnovato il finanziamento della missione di cooperazione con la Libia e della sua cosiddetta guardia costiera. Viene da dire: realismo politico, quanti misfatti in tuo nome. La categoria di realpolitik ha una sua fosca grandezza. Muove da una concezione tragica della natura umana e da una idea disincantata dell'agire politico e delle dinamiche del potere: e persegue l'obiettivo della massima capitalizzazione dei rapporti di forza presenti, spogliati da qualunque riferimento a un'etica che non sia quella dell'utile immanente e circoscritto. Eppure, non è detto che una simile concezione sia la più conveniente, sui tempi medi, sotto il profilo morale, ma anche politico. La cancellazione del giudizio etico nei processi decisionali e tra le motivazioni delle scelte politiche può risultare un parametro di corto respiro e rivelarsi controproducente.

D'altra parte, la realpolitik ottocentesca del principe Otto Eduard Leopold von Bismarck operava in un mondo estremamente "più piccolo", dove la formazione degli stati nazionali costituiva una forza rivoluzionaria in grado di rovesciare le categorie classiche della politica e i fondamenti degli ordinamenti giuridici.

Oggi, tutto è cambiato, e il realismo politico che si invoca è, in genere, un espediente retorico (talvolta miserevole) per giustificare la torpida conservazione dello status quo. Una condizione dove si consumano tutte le ingiustizie e si legittimano tutte le atrocità. Quella adottata nei confronti della Libia costituisce, in realtà, la supina accettazione di uno stato delle cose da cui sembrano trarre profitto solo due soggetti: la Turchia del despota Tayyip Erdogan e quell'accozzaglia, scissa in mille fazioni ma aggregata da una sola volontà criminale, fatta di milizie, gang, pezzi di apparati statali e di consorterie tribali, dedita alla tratta di esseri umani e alla loro riduzione in schiavitù; e, poi, a rapimenti, stupri, torture e assassinii.

Tutto ciò, assai spesso, a opera di appartenenti a strutture militari ufficiali e a quella stessa guardia costiera finanziata, formata e addestrata dall'Italia. Si tratta di crimini documentati, ormai da anni, dall'Onu e da tutti gli organismi internazionali. E, più di recente, da un filmato ripreso da un aereo della Ong Sea Watch, dai tracciati navali e aerei registrati da Sergio Scandura di Radio Radicale e dall'accurato rapporto di Amnesty International. Come non rendersi conto che questo orrore, destinato a perpetuarsi, è un fattore di acutissimo disordine per tutta la regione e un elemento di permanente instabilità per la Libia e per il Mediterraneo? Un serio realismo politico avrebbe voluto, piuttosto, che l'Italia e l'Europa elaborassero una strategia di cooperazione, fondata sulla tutela dei diritti universali della persona e sull'intervento umanitario in tutta l'area che va dai confini del Sahel al Mediterraneo. Al contrario, la scelta compiuta sembra destinata, fatalmente, a rivelarsi una distopia: una meschina utopia andata a male. Un caso esemplare di realismo politico straccione.