di Marco Bresolin
La Stampa, 17 aprile 2025
La proposta dovrà passare al vaglio del Consiglio dell’Ue e del Parlamento. Dal Patto migrazione e asilo a rimpatri più veloci: tutte le novità. La Commissione europea ha offerto al governo italiano due assist importanti che potrebbero aiutare l’esecutivo Meloni ad affrontare gli ostacoli giuridici emersi nell’applicazione del protocollo siglato con l’Albania per la gestione dei centri sul territorio del Paese Balcanico. Da un lato ha proposto di anticipare alcuni elementi del nuovo Patto migrazione e asilo - in particolare quelli che consentono di designare un Paese di origine come sicuro anche se questo lo è solo parzialmente - dall’altro ha stilato una lista Ue di Paesi di origine sicuri, includendovi l’Egitto e il Bangladesh, che sono oggetto proprio del contenzioso tra il governo italiano e i giudici dei tribunali locali, sul quale ora dovrà esprimersi la Corte di Giustizia dell’Unione europea. Il condizionale è d’obbligo perché quella presentata dalla Commissione è soltanto una proposta che ora dovrà ottenere il via libera del Consiglio dell’Unione europea e del Parlamento europeo. Ecco una serie di domande e risposte per fare un po’ di chiarezza sui punti-chiave.
Perché la Commissione ha stilato una lista di Paesi di origine sicuri?
A oggi non esiste una lista comune a livello europeo, ma ogni Stato ha una sua lista nazionale. La Commissione ora vuole creare una lista europea, che si dovrebbe applicare in ogni Paese, lasciando però ai singoli Stati membri la possibilità di aggiungere altri Paesi di origine nei rispettivi elenchi nazionali.
Quali sono i Paesi inseriti nella nuova lista Ue?
La proposta prevede di inserire il Kosovo, il Bangladesh, la Colombia, l’Egitto, l’India, il Marocco e la Tunisia. Inoltre, la Commissione considera come Paesi sicuri anche tutti i candidati all’adesione nell’Ue, a meno che non si verifichino condizioni particolari (per esempio l’Ucraina che, essendo in guerra, in questo momento non soddisfa i criteri di Paese sicuro).
I Paesi nella lista sono quelli verso i quali i migranti possono essere rimpatriati?
No, l’elenco non riguarda i rimpatri ma si applica nel contesto delle procedure d’asilo. La questione dei rimpatri è diversa e si lega al concetto di “Paese terzo sicuro” (e non “Paese di origine sicuro”, oggetto di questa lista). Se un richiedente proviene da un “Paese di origine sicuro”, la sua domanda va comunque esaminata su base individuale (così prevede il diritto internazionale), solo che lo Stato membro può farlo con una procedura accelerata, come la cosiddetta “procedura di frontiera”, in un periodo massimo di tre mesi. Dopodiché, se ci sono le condizioni per la protezione internazionale, la ottiene. Diversamente dovrà essere rimpatriato.
Perché la durata della procedura dovrebbe variare in base alla nazionalità del richiedente?
Il principio giuridico alla base di questa scelta sta nel fatto che se un migrante proviene da un Paese considerato sicuro ci sono meno probabilità che abbia bisogno di protezione internazionale. E dunque l’iter - nella logica del legislatore - dovrebbe essere più breve proprio per “sbrigare le pratiche” e limitare gli “abusi”.
Ma perché ci sono solo sette Paesi? Vuol dire che tutti gli altri Paesi del resto del mondo non sono sicuri?
La scelta è stata fatta sulla base del tasso di accoglimento delle richieste d’asilo presentate dai cittadini di questi Paesi (che deve essere basso), ma anche dal numero di arrivi. Questo è il motivo per cui c’è la Tunisia e non il Canada, per esempio, che l’Ue considera sicuro, ma dal quale non arrivano molti richiedenti asilo. In ogni caso la lista potrà essere modificata nel tempo a seconda delle evoluzioni nei vari Paesi. In ogni caso continueranno a esistere le liste nazionali che potranno essere più lunghe.
Quali altri provvedimenti sono stati approvati ieri?
La Commissione ha proposto di anticipare altri due elementi del nuovo Patto migrazione e asilo, già approvato, che sarebbero dovuti entrare in vigore nel giugno del 2026.
Di cosa si tratta?
Il primo riguarda la possibilità di esaminare le richieste d’asilo con procedura accelerata, o di frontiera, per tutti quei migranti che arrivano da Paesi per i quali il tasso di accoglimento delle domande è inferiore al 20%. Il secondo riguarda invece la possibilità per uno Stato membro di considerare un Paese di origine come sicuro anche se ci sono delle eccezioni di tipo geografico (per alcune regioni) o per determinate categorie di cittadini.
Ma questo non è il problema emerso in Italia con i centri in Albania?
Esatto. Il problema per i centri in Albania era emerso relativamente ai cittadini di Egitto e Bangladesh, che l’Italia considera sicuri, pur riconoscendo che non lo sono per determinate categorie di cittadini (per esempio gli omosessuali). Secondo i giudici dei tribunali italiani, questo sarebbe in contrasto con la direttiva Ue attualmente in vigore e dunque quei migranti non possono essere sottoposti alla procedura di frontiera accelerata che viene applicata in Albania, ma devono essere sottoposti all’iter ordinario.
Il governo italiano però sostiene il contrario: chi ha ragione?
Lo stabilirà la Corte di Giustizia dell’Unione europea, che si esprimerà a breve sulla controversia. Ma lo farà basandosi sulla direttiva attualmente in vigore: è chiaro che se il diritto europeo dovesse cambiare, l’interpretazione della Corte varrebbe per i casi passati ma non per il futuro, quando si applicherà il nuovo regolamento.
Quindi da quando si applicheranno le nuove regole che consentiranno di designare un Paese sicuro anche solo parzialmente?
L’entrata in vigore del nuovo Patto era prevista per giugno 2026, ma ora la Commissione ha chiesto di anticiparla. La data esatta dipenderà dall’esito dell’iter legislativo di questa proposta, che deve ottenere il via libera del Consiglio e dell’Europarlamento. Trattandosi di un regolamento, sarà immediatamente applicativo in tutti gli Stati e non dovrà essere ratificato. Ci sarà una spinta politica da parte dei governi per un’approvazione rapida, anche se il Parlamento europeo probabilmente farà un po’ di ostruzionismo: realisticamente, il regolamento non dovrebbe entrare in vigore prima di fine anno.
E quindi nel frattempo non cambierà nulla?
Nel frattempo, resta in vigore la precedente direttiva che dovrà essere applicata secondo l’interpretazione della Corte. In ogni caso, la Commissione ha fornito un assist prezioso al governo italiano perché ha mandato un segnale politico: se anche i giudici di Lussemburgo optassero per un’interpretazione restrittiva della direttiva, dando cioè ragione ai loro colleghi italiani, il legislatore ha già manifestato la sua volontà di andare nella direzione auspicata dal governo italiano.











