sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Maurizio Ferrera

Corriere della Sera, 20 novembre 2024

La sfida per la sinistra è quella di mantenere fermo il legame con i principi generali (diritti umani, giusto trattamento, integrazione dei regolari), e applicarli alla realtà dei fatti, tenendo in conto le paure dei cittadini. Cavalcata dai partiti della destra “patriota” (e dal trumpismo negli Usa), l’immigrazione resta uno dei temi politici più caldi in tutti i Paesi. Nei sondaggi, gli elettori hanno atteggiamenti ambivalenti. Se li si interroga sull’argomento, molti si dichiarano impauriti e percepiscono gli “stranieri” come una minaccia per l’ordine pubblico, i posti di lavoro, il welfare. Le cose cambiano se si chiede di indicare le principali preoccupazioni. Ai primi posti emergono le questioni economiche (reddito e potere d’acquisto) e sociali (sanità e pensioni). Nella scala di priorità dei cittadini, l’immigrazione scende al terzo o al quarto posto, in Italia si colloca addirittura dietro al cambiamento climatico e al debito pubblico.

I partiti di destra sanno sfruttare con scaltrezza questa ambiguità. Soprattutto quando sono al governo, accentuano il carattere “sociale” (la difesa dei ceti più deboli) della loro agenda. Continuano però ad aizzare opportunisticamente la paura dei migranti alla prima occasione utile (un fatto di cronaca, una scadenza elettorale).

I partiti di sinistra faticano a reagire a questa tattica. Per loro l’immigrazione solleva imbarazzi ideologici. Inoltre le paure dei cittadini vengono considerate come effetto secondario della diffusa insicurezza economica e sociale. Aleggia la convinzione che se si adottassero misure incisive di redistribuzione, l’ostilità contro i migranti diminuirebbe. E tornerebbero all’ovile le ampie quote di classe operaia (in senso lato) che non votano più a sinistra.

È fondato questo approccio? E quanto paga in termini di consenso? Laddove è stato sperimentato, i risultati sono stati deludenti. L’ultimo caso in ordine di tempo è quello del partito socialdemocratico austriaco. La sua campagna per le elezioni politiche dello scorso ottobre ha puntato tutto sulla redistribuzione. Il piatto forte è stata la proposta di una imposta sul patrimonio e sulle successioni, che avrebbe colpito il 2% dei contribuenti più ricchi. Ebbene: la percentuale di voti socialdemocratici è lievemente calata rispetto al 2019. Non solo, ma il partito ha perso ulteriori elettori a vantaggio del partito di estrema destra, che ha fatto campagna contro l’immigrazione. Il tentativo di resuscitare la tradizionale coalizione di classe del secondo Novecento è chiaramente fallito.

In molti Paesi la sinistra è divisa. La definizione di una ambiziosa strategia redistributiva suscita tensioni fra le componenti riformiste (come il Pd, ad esempio), quelle massimaliste (Alleanza Verdi e Sinistra) e quelle a vocazione populista (Movimento 5 Stelle). Le visioni sono diverse, così come i bacini sociali di riferimento. In Francia e Germania, la sinistra si è peraltro divisa anche sul tema dell’immigrazione. Il partito di Mélenchon - La France insoumise - e quello di Sahra Wagenknecht in Germania - erede della Linke - si sono avvicinati all’agenda nativista delle destre “patriote”. Una mossa, anche qui, volta a recuperare un po’ di classe operaia impaurita. Ma al prezzo di tradire i valori cardine della tradizione socialista, senza peraltro elaborare proposte concrete.

Se vuole recuperare terreno, la sinistra riformista deve uscire dall’angolo. Come ha già fatto su altri versanti, deve modernizzare la propria strategia sui temi caldi legati ai flussi migratori. Senza trascurare alcuni aspetti scomodi come i rapporti con le minoranze islamiche, il contrasto al fondamentalismo religioso, la prevenzione del terrorismo. Definire una posizione riconoscibile e alternativa richiede uno sforzo di riflessione su valori e politiche pubbliche. In alcuni think thank europei di area progressista iniziano a circolare idee nuove e promettenti. La sfida è quella di mantenere fermo il legame con i principi generali (diritti umani, giusto trattamento, integrazione dei regolari e così via), e applicarli alla realtà dei fatti, tenendo in conto le paure dei cittadini.

Come si gestisce in modo equo ma efficace l’immigrazione irregolare? Come si rispettano i diritti di chi chiede asilo, limitando inevitabilmente la loro libertà di movimento durante gli accertamenti? È opportuno perseguire accordi di rimpatrio e partenariato con i Paesi di origine, anche se in maggioranza si tratta di regimi autoritari?

Una scorsa veloce ai siti internet e ai recenti programmi elettorali dei partiti di sinistra conferma la persistenza di un approccio molto generico. Prevale ovunque l’auspicio di una comune strategia europea, basata su “condivisione e responsabilità”. Giusto. Peccato che questa strategia sia ancora tutta da elaborare. Siccome non possiamo aspettarci che siano i partiti di destra a farlo, per le sinistre riformiste non c’è più il tempo di aspettare Godot.