di Luca Rondi
altreconomia.it, 14 luglio 2025
Il prefetto della città, Donato Cafagna, ha firmato in prima persona il diniego all’accesso civico con cui si chiedeva di poter ottenere copia aggiornata del registro degli eventi critici nel “Brunelleschi”. Nel giro di un mese un atto prima “ostensibile” è diventato pericoloso da diffondere per ordine pubblico e sicurezza. Tra le motivazioni anche un mai visto giudizio sulla completezza e oggettività del lavoro di Altreconomia. Cala il buio sul Centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr) di Torino.
La prefettura ha negato ad Altreconomia l’accesso al “registro degli eventi critici” del mese di maggio del “Brunelleschi”, il documento in cui l’ente gestore annota proteste, tentativi di suicidio, atti di autolesionismo che avvengono nella struttura. Ma più che il diniego in sé fanno riflettere le motivazioni con cui il prefetto Donato Cafagna giustifica l’impossibilità di visionare il documento. “Un brutto caso di trasparenza negata”, commenta Sergio Foà, professore di Diritto amministrativo all’Università di Torino.
Ricapitoliamo i fatti. Il 29 aprile 2025 Altreconomia ha chiesto alla prefettura di Torino di poter visionare il “registro degli eventi critici”. Il 27 maggio l’ufficio piemontese del Viminale ha risposto positivamente e il viceprefetto Gianfranco Parente ha inviato il documento compilato dall’ente gestore Sanitalia di cui abbiamo scritto in un articolo che restituiva la sofferenza e la tensione vissuta all’interno della struttura nel primo mese d’apertura, con 22 eventi critici in appena 29 giorni. Il registro arriva fino, appunto, al 29 aprile, il giorno prima di una serie di proteste che nel mese di maggio hanno danneggiato la struttura.
Anche per questo motivo -oltre che per aver deciso di chiedere il registro di ogni mese per poter fotografare giorno per giorno la quotidianità vissuta all’interno del “Brunelleschi” - abbiamo inviato a fine maggio una nuova richiesta, identica alla prima, per poter accedere al documento aggiornato. Il 25 giugno però, a sorpresa, l’esito è stato negativo. Nel giro di trenta giorni la prefettura di Torino ha così cambiato idea sulla possibilità di inviare il registro.
Come detto, questa volta, la risposta non è più a firma del viceprefetto ma di Donato Cafagna. Il prefetto nel lungo preambolo della risposta inviata ad Altreconomia cita la direttiva del ministero dell’Interno del 19 maggio 2022 che regola il funzionamento dei Cpr, elencando chi secondo la legge può o meno accedere al registro degli eventi critici: parlamentari, consiglieri regionali, Garante dei diritti dei detenuti.
“Un’ampia platea di soggetti istituzionalmente in facoltà di monitorare gli eventi critici all’interno del Cpr -si legge- e di dar loro pubblicità (ad esempio, si rileva come il Garante pubblichi sovente i dati relativi ai registri critici nei propri report)”. Una volta ricordato che per legge l’accesso al documento non è previsto, ma neanche escluso, ai giornalisti -ogni prefettura in questo momento si comporta diversamente a riguardo- il prefetto però si spinge oltre. Perché in qualche modo il cambio di interpretazione della legge del suo ufficio va spiegato. E le motivazioni arrivano poco dopo.
“In data 27 maggio il sito ‘altreconomia.it’ -scrive- pubblicava un articolo redatto dalla SV […]. Nell’articolo in questione i dati acquisiti tramite l’accesso risultano riportati in maniera incompleta e parziale”. Il primo “perché” sembra quindi un articolo non gradito che riportava in realtà fedelmente il contenuto del registro (l’unico errore, semmai, è stato un tentativo di suicidio sfuggito al conteggio) ma dal giudizio soggettivo sul contenuto di quanto pubblicato si passa poi al secondo motivo del diniego.
La prefettura, ricorda il suo capo, è tenuta “ad operare una valutazione comparativa, secondo il principio di proporzionalità fra il beneficio che potrebbe arrecare la disclosure richiesta e il sacrificio causato agli interessi pubblici e privati contrapposti che vengono in gioco”. Sono citati diversi appigli normativi, tra cui i confini dettati dalla legge sull’accesso civico che vieta l’ostensione di documenti qualora questo rechi “pregiudizio alla tutela di interessi pubblici inerente alla sicurezza pubblica e l’ordine pubblico”.
Dettagliati i limiti, quindi, si passa al presente interesse pubblico da tutelare. “Dall’apertura del Centro hanno avuto luogo ripetute manifestazioni all’esterno della struttura -si legge- organizzate da soggetti ostili al Cpr che hanno determinato tensioni ed eventi rilevanti sotto il profilo dell’ordine e della sicurezza pubblica con ricadute nelle aree urbane adiacenti”.
Oltre a questo, il prefetto sottolinea che all’interno della struttura “si sono registrati da parte dei trattenuti atti di danneggiamenti della struttura con l’appiccamento di incendi e la vandalizzazione di alcune aree divenute inagibili, per le quali si rendono necessari ingenti lavori di ripristino”. Ed è per questo che “fermo restando la possibilità da parte dei soggetti indicati dalla direttiva ministeriale di accedere a ogni informazione utile nella loro funzione di controllo” sussistono “ragioni prevalenti di ordine e sicurezza pubblica per denegare la richiesta di accesso”.
“Questa risposta contiene inesattezze e confonde istituti differenti - spiega Sergio Foà, professore di Diritto amministrativo all’Università di Torino.
Ci sono innanzitutto due considerazioni generali: l’accesso alla stessa tipologia di documenti è stato garantito una prima volta e negato la seconda, non potendosi comprendere perché le eccezioni alla trasparenza sarebbero divenute applicabili per la seconda richiesta; il diniego è poi giustificato con il fatto che il registro degli eventi critici può essere visionato da soggetti istituzionali e quindi non è necessario condividerlo tramite l’accesso civico. L’affermazione non è corretta, perché confonde la trasparenza, intesa come conoscenza garantita alla collettività, con l’accesso libero riconosciuto ad alcuni soggetti istituzionali, come il Garante”.
Ma per il docente dell’Università di Torino sono opinabili le due giustificazioni utilizzate per il cambio di rotta che ha indotto la prefettura a decidere di non condividere più il documento. “Il richiamo al fatto che vi sia stato un presunto utilizzo ‘incompleto e parziale’ è molto grave -spiega- non rileva infatti l’utilizzo successivo che viene fatto dei dati resi pubblici per valutare la legittimazione a ottenerli: è come se tra le righe si dicesse ‘mi sono sbagliato, non dovevo fidarmi’ ma soprattutto adombra una sorta di controllo ex post sull’utilizzo dei dati diffusi e, nel caso di specie, sull’attività giornalistica”.
Infine sarebbe problematico il richiamo alle eccezioni dell’accesso civico. “Si parla di interesse emulativo, principio di proporzionalità rispetto al sacrificio causato agli interessi contrapposti -riprende il docente-. Prima si cita ‘l’abuso del diritto’ ma non lo si circostanzia e poi si passa a invocare ragioni di ordine e sicurezza pubblica. Non si riesce a comprendere perché la conoscenza dei documenti richiesti sia collegata agli incendi, ai danneggiamenti e alla vandalizzazione dei Centri. Un’affermazione apodittica e insostenibile anche solo per l’impossibilità di stabilire un nesso causale tra conoscenza e danno alla sicurezza. Insomma, nella risposta di diniego emerge un tentativo di utilizzare tutti gli argomenti astrattamente invocabili per negare l’accesso, ma senza coerenza e senza dimostrare la fondatezza delle eccezioni opposte”.











