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di Vincenzo Imperitura

Il Manifesto, 22 luglio 2025

L’incubo giudiziario di Maysoon Majidi non è ancora finito. La procura di Crotone ha infatti presentato appello alla sentenza di assoluzione con cui il tribunale della città pitagorica, nel febbraio scorso, aveva assolto la giovane attivista curdo-iraniana dall’accusa di essere una degli scafisti responsabili dello sbarco di 75 migranti in Calabria. Secondo il sostituto procuratore Rosaria Multari, infatti, la sentenza che aveva scagionato Maysoon dalle accuse “risulta errata, in fatto e in diritto, oltre che lacunosa e contraddittoria”. Nella lunga istanza presentata alla Corte d’Appello di Catanzaro, la pm crotonese ritorna poi sull’istruttoria dibattimentale che avrebbe confermato e rafforzato “il quadro probatorio emerso durante le indagini” che inquadrerebbe la ragazza in fuga dal regime iraniano come “aiutante del capitano Akturk e di membra dell’equipaggio che ha condotto l’imbarcazione”.

E così, a distanza di pochi mesi dall’assoluzione con la formula “per non avere commesso il fatto”, per la giovane regista fuggita assieme al fratello dalle persecuzioni del regime si riapre un incubo che sembrava essere stato definitivamente archiviato. “Mysoon è una donna forte, ormai abituata a combattere questa follia - dice il suo avvocato Giancarlo Liberati - non c’è niente contro questa ragazza, solo le accuse di due passeggeri che in seguito hanno ritrattato e su cui la Procura ha deciso di glissare. L’accanimento contro di lei mi sembra evidente ma dal processo di Appello non mi aspetto altro che una nuova sentenza di assoluzione”.

Fermata nell’immediatezza dello sbarco sulla base della testimonianza di altri due migranti presenti sul barcone che la identificavano come aiutante dell’equipaggio alla guida del veliero partito dalle coste turche negli ultimi giorni del 2023, Maysoon fu trasferita prima nel carcere di Castrovillari (Cs) e poi in quello di Reggio Calabria, fino alla sentenza del tribunale del riesame che, di fatto, smontò le ipotesi accusatorie disponendone la scarcerazione. La giovane regista e attivista è stata per anni impegnata a contrastare il regime iraniano prima della fuga nel Kurdistan iracheno e il successivo spostamento verso la Turchia, ultima tappa dell’ennesimo viaggio della speranza prima della traversata per mare verso le coste europee. Incastrata dalla testimonianza di due migranti (che hanno poi ritrattato la loro versione, raccontando ai giornalisti arrivati fino a Barlino per sentirli delle gravi lacune di traduzione al momento della deposizione) Mysoon ha sempre proclamato la propria innocenza, arrivando a scrivere una lettera al presidente Mattarella: “Il mio arresto e la mia detenzione credo siano non solo un’ingiustizia, ma un’ombra sulla tutela di quei diritti umani che l’Italia ha sempre affermato. Mi rivolgo a lei, presidente della Repubblica, e al popolo italiano con la speranza che la mia voce venga ascoltata e che la mia situazione venga risolta con giustizia e umanità”.

Accolta, in seguito alla scarcerazione, a Riace dal sindaco dell’accoglienza ed europarlamentare Mimmo Lucano, che le ha conferito anche la cittadinanza onoraria, e trasferitasi ora in Lombardia dove si sta preparando alle sue future nozze, Mysoon Majidi era convinta di essersi finalmente lasciata alle spalle questa pagina nerissima di accanimento giudiziario (lo stesso, ironia della sorte, denunciato ai quattro venti dal vice premier Matteo Salvini dopo il ricorso in Cassazione presentato dalla procura di Palermo per il caso Open Arms) e ora si troverà ancora alla sbarra a difendersi da accuse che la sentenza di primo grado aveva demolito, sostenendo come “le prove acquisite durante istruttoria abbiano smentito i fatti contestati alla Majidi facendo emergere un’ipotesi alternativa per cui la condotta di aiuto al capitano sarebbe stata commessa da altri migranti”.