di Maria Maggiore
Il Fatto Quotidiano, 19 gennaio 2020
Minorenni reclusi nei campi: la Ue come gli Usa di Trump. Reza è iraniano, ha 17 anni e vive in prigione da un anno. In una "zona di transito" in Ungheria, a Rószke. "Di transito" perché non è completamente chiusa: aperta se decidi di tornare in Serbia, chiusa se vuoi chiedere asilo in Ungheria. Il ragazzo è arrivato qui con lo zio e i cugini, ma loro sono riusciti a passare con la protezione umanitaria.
A Reza è stata negata e da più di un anno aspetta da solo, con altri 99 minori non accompagnati, in una città dove le case sono container, i confini sono filo spinato e tutto è sorvegliato da soldati armati, che ti accompagnano ammanettato anche dal medico. "Non dormo da due giorni dopo l'ultimo rigetto della mia domanda", ci dice Reza.
"Il dottore mi ha detto di non pensare troppo, ma è difficile, tutto è difficile qui. Siamo venuti dalla Serbia, con i documenti, non illegalmente. Perché l'Ufficio immigrazione gioca con noi, trascina le decisioni per mesi? Non abbiamo fatto nulla di male. Perché siamo rinchiusi qui? Pensare troppo è una bomba nella testa". L'Ungheria è sotto accusa perché lascia senza cibo i migranti a cui è stato negato l'asilo, in attesa di espulsione. Anche i bambini.
Nel luglio scorso, la Commissione europea ha denunciato il governo Orban alla Corte di Giustizia Ue per violazione dei diritti fondamentali. Come Reza ci sono migliaia di minori in prigione ai confini dell'Europa, in attesa dell'asilo o dell'espulsione. Non hanno commesso reati, sono solo entrati illegalmente nel territorio Ue. L'Unione europea ha fortemente criticato il presidente americano Donald Trump per aver diviso le famiglie al confine con il Messico e chiuso i bambini nelle gabbie.
"Noi abbiamo altri valori" ha detto stizzito un portavoce del governo di Parigi nel 2018. Ma la Francia ha il record di condanne della Corte europea dei diritti dell'uomo - sei dal 2012 - per la detenzione dei minori migranti, la maggior parte li tiene nell'isola di Mayotte nell'Oceano Indiano. Il diritto internazionale condanna la detenzione dei bambini migranti, fin dalla Convenzione sui diritti del fanciullo (art. 37) del 1989.
Nel 2017, un Comitato speciale delle Nazioni Unite, ha ribadito che "i minori non dovrebbero mai essere detenuti per ragioni legate allo stato migratorio loro o dei genitori. Qualsiasi tipo di detenzione per immigrazione minorile dovrebbe essere vietata dalla legge". Ma l'Europa non sente. Sostiene che la detenzione dei minori dovrebbe essere solo "l'ultima ratio", ma di fatto la tollera, la incoraggia.
"La Commissione peri diritti umani nel Senato italiano ha scritto nel 2014 che oltre i 45 giorni un migrante (anche adulto, ndr) non partecipa più alla sua identificazione, quindi la detenzione è inutile e costosa", spiega Marta Gionco della piattaforma Picum, a Bruxelles. La rivista Lancet scrive che la detenzione "provoca danni alla salute mentale e fisica dei bambini".
La rete europea per l'Alternativa alla detenzione ritiene che "consentire alle persone di rimanere nella comunità, coinvolgendole nel processo di integrazione, offrendo consigli legali, accesso a servizi e un "gestore sociale", pagato dallo Stato ma indipendente, è molto più economico".
Ma l'ex commissario all'Immigrazione, Dimitri Avramopoulos non la pensa così. Nel 2018 scriveva: "Un uso più efficace della detenzione renderà più efficace l'applicazione dei rimpatri", lamentandosi che il numero dei rimpatri restava al 36,6% nel 2017.
La nuova Commissione non ha cambiato politica. "Abbiamo cercato, nella scorsa legislatura, di vietare per legge la detenzione dei bambini migranti - spiega l'eurodeputata Caterina Chinnici (Pd), presidente dell'intergruppo per i minori - ma non ci siamo riusciti". L'Europarlamento aveva infatti approvato il divieto di privare i minori della libertà nelle riforme della Convenzione di Dublino e dei rimpatri. Manon c'è stato l'accordo con i governi, i testi non sono stati votati. Non c'è la volontà politica di vietare la detenzione dei piccoli migranti".
Peggio, la detenzione è vista come un deterrente alla migrazione in Europa. Il campo di Moria, a Lesbo (Grecia), ne è la prova. Prima di tutto senti colpi di tosse da quasi tutte le tende, a Moria, migliaia di tende, sparse fuori dal campo.
E la tosse dei bambini che non hanno abbastanza cibo, abbastanza caldo, abbastanza cure. Li vedi correre in mezzo al fango, di notte fanno la coda per il bagno, al buio. In un'ex base militare che può contenere fino a 3.000 persone, oggi ce ne sono 18.000, di cui 1.200 bambini non accompagnati, 8.300 minori in tutto. Aspettano l'esito delle richieste d'asilo e non possono lasciare l'isola. È scritto nell'accordo Ue-Turchia firmato nel 2016 da tutti capi di governo Ue.
Si erano impegnati a distribuirsi poi i migranti arrivati in Grecia e a rispedire indietro, in Turchia, chi non aveva diritto all'asilo. Ma da allora solo 1.975 persone su 98.000 sono state rimandate in Turchia. Le altre sono rimaste bloccate nelle cinque isole greche trasformate in prigioni a cielo aperto: Lesbo, Leros, Kos, Samos e Chios.
La psicologa di Medici senza Frontiere, Danae Papadopoulou, dice: "Moria è in un posto così isolato da costringere le persone a vivere come in prigione. È una bomba a orologeria". Sono i più fortunati: sulla terraferma 240 minori non accompagnati vivono in un commissariato di polizia, in attesa dell'asilo.
Nei nostri Paesi la detenzione minorile è vietata ai minori di 13-14 anni. Ma non se il bambino è un migrante. Per la Commissione Ue "migliorare i rimpatri, anche con la detenzione, manderà un forte segnale a chi vuole intraprendere viaggi pericolosi verso l'Europa". I bambini, però, continuano ad arrivare in barca, a Lesbo e in Europa.









