di Flavia Amabile
La Stampa, 8 novembre 2024
E l’Ue prende le distanze dall’accordo tra Roma e Tirana: “Per ora non sta funzionando”. “Il centro di Gjader? Una delusione per noi abitanti”. Aleksander Milici ha vissuto per anni tra Italia, Inghilterra e Germania. Da tre mesi è tornato nel paese dove abitano ancora i suoi genitori e non riesce a trattenere la rabbia per quello che sta accadendo. “Il campo che ha realizzato l’Italia con il presidente Rama non ha portato nulla a Gjader”. Avrebbe dovuto portare lavoro e un po’ di benessere a questo piccolo paese al confine con il Montenegro il centro per il quale per il 2024 sono state stimate spese per 144 milioni di euro, per il 2025 127,3 milioni e per il 2026 127,5 milioni. Così come l’intera operazione avrebbe dovuto consentire al governo Meloni di imprimere una svolta decisiva alla battaglia contro l’immigrazione irregolare.
Finora nulla di tutto questo sembra essere stato raggiunto, e ieri una pesante bocciatura è arrivata anche dall’Ue dove è sempre più evidente che si naviga a vista in attesa di una direttiva che regoli i rimpatri. I centri per i migranti in Albania “si basano su un accordo bilaterale” tra Roma e Tirana, “non si tratta di un progetto dell’Ue. Vedremo come funzionerà, per ora non sta funzionando bene”, ha preso le distanze Marta Kos, commissaria europea designata all’Allargamento durante l’audizione di conferma alla Commissione Affari esteri (Afet) del Parlamento europeo, replicando a una domanda dell’europarlamentare Ilaria Salis sull’accordo Italia-Albania sulla gestione della migrazione. “La vedo solo come un’opportunità per valutare come può funzionare se viene fatto in modo diverso. - ha aggiunto Marta Kos - Ciò che abbiamo deciso di fare nell’Ue è un patto per la migrazione e l’asilo ed è su questo che lavorerò. Per me questa è la priorità”.
Solo 25 euro al giorno per lavorare nel centro dei migranti in Albania: “Giorgia Meloni vieni a vedere come si vive qui” - Nulla però sembra fermare il governo Meloni. È arrivata questa mattina al porto di Shengjin la nave Libra con il suo carico di 8 persone. Otto uomini partiti da Egitto e Bangladesh che secondo il governo non sono considerati Paesi sicuri e quindi non danno diritto ad alcuna protezione. Come già tre settimane fa i migranti racconteranno la loro storia, i motivi per cui sono fuggiti e le difficoltà incontrate durante il viaggio con la speranza che anche per loro la decisione di portarli nel centro di Shengjin per le pratiche di identificazione e poi in quello di Gjader per il trattenimento possa essere rivista facendoli rientrare rapidamente in Italia.
È il secondo tentativo da parte del governo di far decollare l’operazione Albania. L’affronta con una nuova lista di Paesi sicuri inserita in un decreto legge per aggirare la sentenza del 4 ottobre della Corte di Giustizia dell’Ue che ha permesso il rientro in Italia di tutti i migranti finora sbarcati al di là dell’Adriatico che stabilisce che per essere considerato sicuro un Paese deve esserlo in ogni sua parte, senza eccezioni, rendendo molto più debole la possibilità di effettuare i respingimenti desiderati dal governo Meloni.
Si vedrà nei prossimi giorni se il secondo tentativo avrà maggiore successo del precedente ma dalle parti di Gjader la rabbia e la delusione sono forti. “Sono solo in 12 ad aver trovato un lavoro nel centro - spiega Aleksander Milici - Si occupano di pulizia o hanno un impiego come muratori. Al massimo vengono pagati 25 euro per otto ore di lavoro. Ma alcuni mi hanno detto di essere pagati anche 17 o 20 euro. Ditemi come si può vivere con 25 euro al giorno in Albania. Vorrei che Giorgia Meloni venisse qui a vedere che cosa si può comprare con queste cifre. In Albania la vita è più cara che in Italia, si sopravvive a Tirana ma in un paese piccolo come Gjader dove non c’è lavoro sono rimasti in pochi, 300 persone. Dieci anni fa erano in duemila ma sono andati tutti via e continueranno a farlo”. Aleksander Milici è fra i pochi che in paese hanno il coraggio di parlare. Soltanto Marcelo Iluku, un suo amico, si lascia andare e conferma la delusione e la rabbia degli abitanti di Gjader. “Questo centro non risolverà nessuno dei problemi che abbiamo in paese, non è quello che speravamo”. Gli altri si uniscono allo sfogo ma solo in forma anonima, temono ritorsioni. La paura è il filo che lega tutti a Gjader. Chi lavora dentro il centro, che sia del paese o di fuori, ha il divieto assoluto di parlare con i giornalisti. Fuori dalla struttura una pattuglia di poliziotti albanesi controlla che non ci siano contatti.
Il silenzio e l’opacità sono il filo comune che lega l’intera operazione. Di questo secondo viaggio non si sa quasi nulla né quando né come siano avvenuti i soccorsi né quello che è avvenuto dopo la partenza. Persino la data e l’ora di arrivo sono rimaste avvolte nel mistero fino all’ultimo. A chiedere chiarimenti è stato Riccardo Magi, segretario di +Europa: “Ho avanzato al ministero dell’Interno, al ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti e al Comando Generale della Capitaneria di Porto - Guardia Costiera una istanza formale di accesso agli atti amministrativi relativamente alle operazioni S.A.R. o ai rintracci da cui è derivato il salvataggio e il trasferimento nell’hotspot di Shëngjin e nel Cpr di Gjadër (Albania) rispettivamente dei 16 migranti di origini bengalesi ed egiziane, avvenuto approssimativamente in data 16 ottobre 2024, tutti successivamente rimpatriati in Italia a seguito della mancata convalida del trattenimento amministrativo, e degli 8 migranti di origini bengalesi ed egiziane, soccorsi approssimativamente in data 4 novembre 2024 che stanno arrivando con arrivo in Albania in queste ore. In particolare, ho chiesto di conoscere con esattezza il numero di eventi S.A.R. o rintracci confluiti in ciascun trasbordo, la data, l’ora, la geolocalizzazione dell’avvenuto salvataggio e dell’avvistamento di ciascuna imbarcazione da cui sono stati tratti in salvo i migranti collocati a bordo del pattugliatore denominato Libra appartenente alla Marina Militare Italiana. E ho chiesto di sapere il numero identificativo e il nome di ciascuna imbarcazione coinvolta nelle attività di ricerca e soccorso da cui è derivato il prelievo di ogni migrante successivamente condotto in Albania”.











