di Francesco Grignetti
La Stampa, 30 gennaio 2025
Vertice a Palazzo Chigi sull’aumento dei flussi. Dietro i numeri il tempo clemente ma anche la faida tra due tribù costiere. Il boom di partenze dalla Libia negli ultimi quindici giorni non è un abbaglio. Quei 3354 migranti arrivati nel giro di due settimane sono vissuti come un’emergenza che costringe palazzo Chigi a convocare una riunione alla presenza di Giorgia Meloni, con i vicepremier Matteo Salvini e Antonio Tajani, il ministro Matteo Piantedosi. C’è infatti da esaminare la novità del premier e dei ministri indagati, ma soprattutto capire cosa stia accadendo sull’altra sponda del Mediterraneo (non in Tunisia, dove il governo autoritario di Kais Saied, pur con metodi brutali che nulla hanno da invidiare a quelli libici, è riuscito a cancellare i nuovi arrivi e le partenze verso l’Europa) e se ci sia un collegamento tra la vicenda del ras libico Almasri e il boom inatteso dei flussi.
Già, perché, a dispetto della propaganda, il sospetto d’un uso strumentale delle partenze da parte libica c’è eccome. Non sarebbe poi così strano. Sono più di vent’anni, dall’epoca del dittatore Gheddafi, che di tanto in tanto i libici usano la leva dei migranti per far pressioni sui nostri governi. Al termine del meeting, però, a cui partecipa ovviamente anche l’intelligence, prevale la convinzione che non ci siano complotti, bensì il sovrapporsi del meteo favorevole a una particolare instabilità a Tripoli.
Spiegano fonti bene informate: “Anche se non se ne parla sui media occidentali, da alcune settimane ci sono due tribù libiche che si sparano addosso. Questo ha generato una fase di grande destabilizzazione sulla costa e in alcuni porti. Almasri non c’entra nulla”. Agghiacciante prospettiva, comunque: le milizie si contendono il controllo dei porti perché il traffico di migranti è talmente lucroso da giustificare perfino una guerra intestina. A supporto di questa tesi parlano alcuni dati. Se è vero che il risveglio delle partenze data 20 gennaio, il giorno dopo l’arresto a Torino di Almasri, c’è da dire che le partenze sono proseguite per i restanti 7, 8 giorni quando il caso era ormai chiuso con particolare soddisfazione da parte del “generale” libico restituito alla sua formazione paramilitare, il gruppo armato Rada guidato dal salafita Abdul Rauf Kara.
Analizzando poi le nazionalità di chi è sbarcato a gennaio in Italia, salta agli occhi che i gruppi di gran lunga più numerosi sono bengalesi (1189) e pakistani (721). Seguono distanziati siriani (426), egiziani, eritrei e etiopi. Quasi scomparsi gli africani. “Il ragionamento da fare - insiste la fonte - è che si sono drasticamente ridotti i flussi dall’Africa sub-sahariana verso il Mediterraneo, mentre sono saldi quelli dall’Asia o dal Corno d’Africa”. Ovvero quei flussi più strutturati, che possono contare su intermediari ben piazzati lungo le rotte, tutto o quasi alla luce del sole, che convergono sull’Egitto e da lì preparano il passaggio via terra per la Libia.
Nessun complotto, allora? Il solito business? Concorda un analista indipendente come Matteo Villa, del centro studi Ispi, che su Twitter ha mostrato come i trend di partenze dalla Libia in realtà siano costanti da anni e semmai in ripresa da novembre scorso. Scrive, polemico con tutti quelli che hanno spiegato l’aumento degli sbarchi dalla Libia come una conseguenza dell’arresto di Almasri: “La politica italiana è incredibile, ma anche il giornalismo che gli va dietro”. Detto ciò, Villa trova risibile che si possa parlare di un effetto “deterrente” del Protocollo Albania quando vi sono stati trasferiti 49 migranti (di cui 5 subito rimpatriati) a fronte delle migliaia che arrivano nonostante tutto. Difficile dargli torto.
Tutti questi bengalesi, pakistani, siriani, eritrei, etiopi sono partiti avendo pagato migliaia di euro in anticipo e a prescindere dalle contingenze italiane del momento. La spinta migratoria dal Bangladesh e dal Pakistan, in particolare, pare incontenibile. Fino a qualche mese fa potevano contare addirittura su un vettore aereo siriano, la controversa compagnia Cham Wings dietro cui si celavano i sodali del dittatore Assad, che faceva la spola dagli aeroporti pakistani e bengalesi con Damasco e da lì con l’aeroporto di Bengasi, nella Libia orientale. Era tutto molto facile. E quando poi i migranti erano atterrati, i trafficanti li nascondevano in appartamenti o capannoni dove aspettavano il primo barcone utile.
Se il governo ritiene quindi che la vicenda di Almasri non incida sulle partenze, ciò non toglie che il trend in ascesa li preoccupi moltissimo, ma Meloni e Chigi possono fare ben poco. Devono solo sperare che ci sia una tregua tra i combattenti tribali, che le “autorità” locali riprendano il controllo dei porti e che rispettino l’impegno di frenare le partenze. Con quali metodi, si sa.










