di Niccolò Nisivoccia
Corriere della Sera, 21 ottobre 2025
Nel 2015 Alaa aveva vent’anni, e si imbarcò per l’Italia; all’arrivo, vengono trovati 49 morti nella stiva; nonostate molti dubbi Alaa viene condannato a trent’anni di reclusione perché ritenuto uno degli scafisti. La storia di Alaa Faraj è nota, anche se magari non a tutti: è lui stesso a raccontarla in un libro pubblicato di recente da Sellerio, Perché ero ragazzo, attraverso una serie di lettere ad Alessandra Sciurba, docente di filosofia del diritto a Palermo; e ne hanno già parlato, ad esempio, Luciana Castellina e Gustavo Zagrebelsky.
La storia è questa: nel 2015 Alaa aveva vent’anni, studiava ingegneria a Bengasi ed era una promessa del calcio libico; nei primi giorni di agosto di quell’anno s’imbarca per venire in Italia, insieme a molti altri migranti; all’arrivo, vengono trovati in quarantanove morti asfissiati nella stiva; Alaa viene condannato a trent’anni di reclusione perché ritenuto uno degli scafisti; sono decisive alcune testimonianze, “selezionate senza alcun criterio esplicito tra più di 300 persone” - scrive Alessandra Sciurba nella postfazione di Perché ero ragazzo - “e trascritte in verbali tutti identici tra loro, in un copia e incolla delle dichiarazioni rese che ha ripetuto, per ognuna, anche errori di grammatica e di battitura”; la sentenza di condanna risulta confermata sia in appello che in cassazione, e diventa irrevocabile; emergono nuove testimonianze, sulla base delle quali viene presentata una domanda di revisione; ma la domanda viene respinta, perché sarebbe pur sempre fondata “sui medesimi elementi addotti e sulle medesime prospettazioni in fatto e in diritto”; i giudici non negano l’esistenza di uno “scarto”, nella condanna a carico di Alaa, “tra il diritto e la pena applicata e la dimensione morale della effettiva colpevolezza”, ma negano che tale “scarto” possa essere sanato da loro; a sanarlo, aggiungono, potrebbe essere solo il Presidente della Repubblica, attraverso la grazia.
Insomma: la storia di Alaa - che nel frattempo ha già scontato un terzo della pena, all’Ucciardone di Palermo - rappresenta un caso emblematico in cui il diritto sembra tradire la propria funzione, essendo il diritto uno strumento funzionale non a sé stesso, alla pura e semplice “legalità”, ma al raggiungimento della giustizia. È un caso emblematico proprio perché di questo “scarto” fra “diritto” e “giustizia” sono gli stessi giudici, qui, a dare atto: come una forma di resa. Però vale quanto osservato da Zagrebelsky: la grazia potrebbe almeno consentire l’immissione nella legalità di “una sorta di supplementum iustitiae”. Non rimane forse vero che la giustizia, come diceva Simone Weil, è tale solo quando sappia guardare in volto coloro che hanno bisogno, quando sappia cogliere l’unicità e l’irripetibilità di ogni singolo caso, facendo vivere le norme nella loro concretezza?











