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di Giansandro Merli

Il Manifesto, 19 dicembre 2025

Alle istituzioni europee basta una sola riunione per trovare l’accordo sui “Paesi sicuri”. In Italia le partite su centri in Albania e referendum sulla riforma della magistratura si possono incrociare a inizio 2026. A Strasburgo si fanno le ore piccole oppure ci si sveglia presto pur di accelerare la corsa allo smantellamento del diritto d’asilo. Tra mercoledì e giovedì, intorno all’una di notte, i negoziatori di Parlamento, Commissione e Consiglio hanno concluso l’accordo per introdurre nei nuovi regolamenti il concetto di “paese terzo sicuro”: ci è voluta una sola riunione, praticamente un record. Ieri mattina l’intesa è arrivata con analoga rapidità sui “paesi di origine sicuri”, sia sulla lista comune che sulle modifiche legislative per ampliarne la definizione.

Non era passato neanche un giorno dal via libera al mandato negoziale votato dall’Europarlamento. A cui le forze politiche di centro e di sinistra hanno provato a opporsi senza successo: il Partito popolare europeo ha votato con tutto l’arco delle destre più estreme, fino ai tedeschi di Alternative für Deutschland. Il trilogo è stato convocato subito dopo. L’accordo dovrà ora ripassare da Parlamento e Consiglio. Le previsioni più accreditate dicono che succederà a gennaio prossimo.

“Avevano una fretta incredibile di chiudere la partita. Siamo ormai a una vera e propria guerra contro l’immigrazione, fatta solo per motivi di propaganda: non c’è alcun reale pericolo legato ai flussi di persone”, afferma l’eurodeputata Ilaria Salis, che da relatrice ombra su uno dei due provvedimenti ha partecipato alla negoziazione notturne. La fretta è tanta, eppure gli arrivi verso l’Europa sono in calo e alcune delle misure varate entreranno comunque in vigore dal 12 giugno 2026, insieme al Patto Ue migrazione e asilo che riforma l’architettura comunitaria della materia. Per esempio quelle sui “paesi terzi sicuri” e la lista comune sui “paesi di origine sicuri”.

Il primo dà la possibilità agli Stati membri di trasferire per sempre i richiedenti asilo fuori dai confini Ue, anche in posti in cui le persone non sono mai state e con cui non hanno legami. Una sorta di “remigrazione” estesa a paesi diversi da quello di nascita, ma presentata in salsa democratica. Basterà un accordo bilaterale tra governi per rompere per sempre la territorialità del diritto d’asilo, finora principio cardine del sistema di protezione europeo. La lista, invece, definisce per la prima volta a livello comunitario le nazionalità a cui possono essere applicate le procedure accelerate di frontiera, quelle che prevedono la detenzione e per cui sono stati costruiti i centri italiani in Albania. Al momento ne fanno parte gli Stati che hanno in piedi il processo di adesione all’Ue più: Bangladesh, Colombia, Egitto, India, Kosovo, Marocco e Tunisia.

A differenza di quanto sostiene il governo Meloni, anche queste designazioni saranno vagliate dalla magistratura. Nello stesso identico modo in cui è avvenuto con quelle stabilite a livello statale: confrontando la scelta politica - venga essa da un esecutivo nazionale o da organi europei - con il diritto Ue. Lo impone la sentenza pronunciata ad agosto dalla Corte di giustizia di Lussemburgo. Per l’Italia e il suo protocollo con Tirana, comunque, la partita vera riguarda altre due misure: la possibilità di prevedere eccezioni per categorie di persone o parti di territorio nei “paesi di origine sicuri” e quella di applicare le procedure di frontiera alle nazionalità con un tasso di accoglimento dell’asilo inferiore al 20%. Queste novità erano già previste dal Patto, ma l’accordo tra Parlamento e Consiglio ne anticipa l’entrata in vigore a subito dopo l’ultimo giro di votazioni. E forse è proprio qui che bisogna cercare le ragioni della fretta.

Facendo due conti il governo Meloni potrebbe trovarsi tra le mani la possibilità di riavviare i centri albanesi già a febbraio. In una situazione win-win. Se funzionassero rappresenterebbero la realizzazione di quanto l’esecutivo ha sempre promesso e ripetuto, una vittoria da rivendicare contro opposizioni e toghe. Se andassero a sbattere contro nuove bocciature dei tribunali sarebbero comunque l’occasione per riaprire l’offensiva contro i giudici: da una posizione di forza grazie alle novità Ue e su un tema che porta consenso come l’immigrazione. Soprattutto, tutto ciò avverrebbe durante la volata per il referendum sulla riforma costituzionale della magistratura. Il tempismo europeo sembra perfetto per Giorgia Meloni. Chissà che la premier non debba restituire il favore in qualche altro tavolo.