di Tonia Mastrobuoni
Corriere della Sera, 13 giugno 2021
Li chiamano i "dublinanti". Secondo gli accordi di Dublino devono chiedere asilo nello Stato di primo approdo e non si possono spostare in altri nazione europee. La pandemia aveva fermato i charter tedeschi che li riportavano verso questi paesi. Hussein, siriano: "Cacciato due volte". Lamin, Sierra Leone: "In Lombardia tentai il suicidio, qui lavoro". Tre anni fa lo hanno costretto per la prima volta a lasciare la Germania. E Hussein Hulouajjouri si è ritrovato solo. Quando è atterrato a Milano, la polizia ha registrato le sue impronte digitali e lo ha mandato via. La prima notte ha dormito sotto a un albero, a "milanocentrale". In uno scambio whatsapp lo scrive così, tutto attaccato.
Quando si è svegliato, i suoi vestiti e la sua borsa erano spariti. E da lì è cominciata la sua odissea: ogni tanto il ventiduenne dormiva alla Caritas, ogni tanto lo ospitavano altri siriani, ma "nessuno mi ha aiutato", ci racconta. Hussein è ripartito per il nord. Prima ha tentato la sua fortuna in Norvegia, poi è tornato in Germania. Il suo destino, però, era segnato.
Il siriano è un "dublinante", il suo primo approdo in Europa è stato in Italia. Ed è lì, secondo le regole europee fissate a Dublino, che deve tornare. Può chiedere asilo soltanto dopo anni. Ma il governo tedesco cerca di rispedirlo in Italia prima della scadenza. Prima della pandemia, nel 2019, i dublinanti respinti in Italia erano ancora 2.692, secondo i dati del governo. Nel 2020 sono crollati a 509, perché tutti concentrati nei primi mesi dell'anno, prima che il governo Conte bloccasse i trasferimenti a causa della pandemia. Ma qualcosa comincia a muoversi.
Hussein è terrorizzato, ammette. È già stato due volte in Italia, la prima volta dalla Libia, dopo essere stato vessato dai ribelli. Ha vissuto di stenti e non vuole tornare nel nostro Paese. Quando di recente gli è arrivato l'ennesimo avviso che sarà respinto a Milano, per la prima volta la sua fidanzata lo ha visto piangere. "Non smetteva più", ci racconta Sandra al telefono.
I due vivono insieme da un anno a Erfurt, in Turingia. "Siamo felici, Hussein sta imparando il tedesco. Ci vogliamo sposare, perché ci devono separare?". È chiaro che se anche dovesse essere respinto, Hussein tenterebbe subito di fuggire in Germania. "Anche perché - sostiene Sandra - sul documento del governo c'è scritto che in Italia gli daranno soldi e un posto dove stare. Ma chi ci crede più?".
Il suo non è un caso isolato. Sull'avviso del tribunale bavarese che è arrivato a Lamin C. c'era scritta persino una data per il ritorno in Italia: 22 aprile 2021. Anche lui si è disperato. Lamin viene dalla Sierra Leone, è passato per la Libia, ma non riesce a parlarne, troppi traumi. È in Baviera da un anno, sta imparando il tedesco e la sua insegnante all'istituto tecnico che frequenta, Eva Gahl sostiene che "è un ottimo allievo e ha ottime possibilità di trovare un lavoro". Lo abbiamo raggiunto al telefono: quando è arrivato dalla Libia, perché il suo gommone si è rovesciato al largo delle coste siciliane, lui si è salvato per miracolo. "Tanti intorno a me sono morti affogati".
Per anni ha tentato la fortuna in Lombardia, ma "dopo essere uscito dal centro di accoglienza sono finito a lavorare un po' in nero e un po' con contratti precari e mi pagavano troppo poco per una casa". Per sei mesi, Lamin ha dormito sotto a un ponte. Lavorava in un magazzino frigorifero, "tornavo sul fiume con il freddo nelle ossa e dormendo sotto al ponte non mi passava mai". Un paio di volte è salito sul ponte e ha guardato giù, ha fissato per un po' il fiume. "Mi ha salvato la mia religione, che vieta il suicidio. Ma avevo cominciato a prendere delle droghe, andavo nei supermercati e mi venivano idee sbagliate. Io non voglio rubare, non voglio drogarmi. Io voglio un futuro".
Quando ha letto sui giornali dei primi casi di coronavirus nella sua città, Lamin è andato nel panico. Da senzatetto, temeva di essere particolarmente a rischio. È allora che ha deciso di scappare in Germania, con la speranza di trovare quello che non ha trovato in Italia: un lavoro e una casa. In Baviera gli hanno dato un tetto e la possibilità di frequentare una scuola e un corso di tedesco. Ma come Hussein, essendo stato registrato in Italia, dovrà tornare lì. Con noi al telefono, Lamin parla in italiano. Ed è grato al suo angelo custode, Stephan Reichel, l'instancabile direttore di Matteo, l'organizzazione che si occupa dei migranti e li aiuta a ottenere l'asilo della chiesa.
Lamin ora è sotto l'ala protettrice della Chiesa evangelica: l'asilo è una zona grigia, dal punto di vista legale. Ma la differenza è enorme, se lo ottieni, come ci spiega Reichel. "Il tribunale ha avvisato Lamin che la polizia lo avrebbe prelevato il 22 aprile. Se lui fosse scappato, lo avrebbero dichiarato fuggitivo e avrebbero potuto spostare la sua data della fine del periodo da 'dublinantè di diciotto mesi". C'è infatti una scadenza per tutti i dublinanti: se non vengono riportati in Italia entro una certa scadenza, possono chiedere asilo in Germania. Così, per evitare di essere considerato latitante, Lamin ha chiesto aiuto alla Chiesa. E in questo caso, la scadenza non slitta, non è considerato fuggitivo. Il sierraleonese potrà chiedere presto asilo in Germania.
Ma Reichel racconta che ci sono almeno altri due casi che lo preoccupano. Uno è un ragazzo afgano che dovrà essere riportato in Italia martedì prossimo. "Gli ho offerto il nostro aiuto, ma non mi risponde più al telefono, temo sia scappato". L'altro è un venticinquenne somalo che vive in Germania da nove anni. Ha persino un figlio che è nato qui. Anche lui è nel limbo dei dublinanti rimandati già in Italia una volta, che sono fuggiti in Germania e vogliono restarci. Il suo avvocato, Johannes Fleischmann parla di una situazione "difficile". La polizia sta già preparando l'espulsione.











