di Alessandra Ziniti
La Repubblica, 15 maggio 2023
“Troppa morte, troppo odio attorno a noi, ho deciso di lasciare”. Ani Montes Mier, la pioniera dei volontari a bordo delle imbarcazioni prima di Open Arms e poi di Msf, si ferma e racconta: “La Libia, i naufragi, le mille storie di dolore, lo stress, le emozioni, mi porto dietro un bagaglio di dolore insopportabile”.
“Josefa, ricordate tutti Josefa, la donna camerunense, unica sopravvissuta ad un naufragio, che salvammo dopo due giorni passati in mare aggrappata a quel che restava del gommone affondato? Ecco, solo la vita di Josefa, l’emozione fortissima di quella mano che si muoveva appena nell’acqua, gli occhi stravolti di quella donna, sarebbe valsa la vita di questi sette anni e mezzo trascorsi a soccorrere uomini, donne, bambini nel Mediterraneo. Ma non ce la faccio più: troppa morte, troppo dolore e anche troppo odio attorno a noi. Lascio”.
Anabel Montes Mier, 35 anni, la bagnina asturiana dai capelli blu, la pioniera dei volontari a bordo delle navi umanitarie, un volto diventato famoso quando, nel 2017, la sua foto con in braccio un neonato strappato alla morte nel Mediterraneo dall’equipaggio della spagnola Open Arms fece il giro del mondo, è appena scesa a terra a La Spezia dalla Geo Barents. Quella sulla nave di Medici senza frontiere è stata la sua ultima missione.
Anabel, perché questa decisione così inattesa da una come lei, punto di riferimento per centinaia di volontari che lavorano sulle navi umanitarie?
“È stata una decisione difficilissima da prendere, questi sette anni e mezzo in mare mi sono sembrati venti. Rifarei tutto quello che ho fatto ma il livello di intensità, di tensione emotiva, la potenza delle esperienze drammatiche vissute sono diventati insopportabili. Capisco che è difficile comprendere per chi non è mai salito su una nave Ong, ma tutti gli orrori visti e ascoltati in questi anni hanno reso fragile anche una persona come me che si è sempre ritenuta forte. Sindrome da stress post-traumatico, la diagnosi che ho ricevuto, io soccorritrice. Provate a capire come stanno quelle persone dopo anni passati in Libia...”.
Quante persone ha salvato in questi anni?
“Non so dirlo, centinaia di soccorsi, migliaia di persone con le loro storie terribili che ho ascoltato per anni, decine di cadaveri, molti ma molti di più di quelli che avrei mai pensato di vedere. Persino la felicità per le vite salvate in mare macchiata dalla consapevolezza che poi a terra in pochi li aiuteranno. In fondo il compito delle Ong è evitare che queste persone muoiano in mare, poi dovrebbero essere gli Stati ad aiutarli. Ma sappiamo cosa accade poi. I bambini magari, come i tanti neonati che ho tenuto in braccio, riusciranno a costruirsi un futuro, ma gli anziani? L’altro giorno a La Spezia è sbarcata con me una profuga di più di 60 anni. Lei che vita avrà? Finirà per strada?”.
Il clima attorno alle Ong da quando lei è salita per la prima volta su una nave è assai cambiato. Ha inciso anche questo?
“Odio, quanto odio, e davvero non riesco a farmene una ragione. Mi hanno insultato in tutti i modi, augurato il carcere, lo stupro, la morte. Molto ma molto di più di quello che è umanamente tollerabile. Come è possibile che chi si prodiga per salvare vite sia ripagato così?”
Anche in occasione del salvataggio di Josefa siete stati vittime di una violenta campagna di odio...
“Una cosa terribile. Ci hanno accusato di aver inscenato quel salvataggio, hanno insinuato che quella foto fosse un montaggio, aggredito quella povera donna con la storia delle unghie laccate. Invece di commuoversi, come faccio ancora io oggi, a distanza di anni, quando ripenso a quella mano che si muoveva appena tra i rottami di un gommone. Ho pianto a dirotto a pensare al terrore di quella donna rimasta da sola per due giorni e due notti in mare”.
L’esperienza più dura?
“Un soccorso in cui fummo costretti a scegliere. C’erano decine di persone in acqua quando arrivammo, io ero su uno dei rhibs, non potevamo prenderli tutti insieme. Ricordo lo sguardo implorante di un ragazzo che tendeva la mano, ma dovemmo prima prendere donne e bambini, e quando dopo alcuni minuti tornammo da lui non c’era più, era andato a fondo. Quegli occhi ancora oggi mi perseguitano”.
Lei è stata anche accusata di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, poi è stata testimone d’accusa al processo contro Matteo Salvini. Ora ha vissuto anche la stagione dei porti lontani alle Ong. Cosa pensa di tutto questo?
“Quando mi indagarono, era il 2018, avevo 30 anni e tanti sogni e non capivo davvero cosa stava succedendo, come era possibile che improvvisamente da benefattori ci trasformassero in malviventi. Ero a bordo di Open Arms nei 20 giorni in cui Salvini si rifiutò di farci sbarcare i naufraghi, io sono stata prosciolta, lui è ancora a processo e io ho testimoniato contro di lui. Ho visto tanta manipolazione degli eventi, quarantene solo per le navi umanitarie, ora il tentativo di mandarci lontano per chiudere gli unici occhi nel Mediterraneo. Ho visto l’indifferenza omicida di Malta, i guardiacoste libici finanziati dall’Europa che ci sparavano addosso, ho visto la loro violenza sulle persone che dicevano di voler salvare. Un bagaglio di esperienze invisibile ma gigantesco”.
La flotta umanitaria quanto resisterà in queste condizioni?
“I rischi ci sono sempre stati ma oggi sono legittimati dalle politiche della Ue. Chi lavora a bordo delle navi non ha alcuna protezione, se ti sparano addosso e chiami, non viene nessuno, se chiedi aiuto per un soccorso ti osteggiano e perdono tempo e la gente continua a morire in silenzio nell’indifferenza generale. Il naufragio di Cutro emoziona perché avviene sulle spiagge italiane, ma ogni giorno c’è gente che perde la vita e nessuno lo sa”.
Consiglierebbe ad altri ragazzi di fare la sua esperienza?
“Certo, io sono eternamente grata a chi altruisticamente rende questo mondo migliore. Non dimenticherò mai l’affetto che ho ricevuto in questi sette anni dai miei compagni e da chi abbiamo soccorso. Oggi mi fermo, ma continuerò a seguire dalle retrovie quello che succede nel Mediterraneo dove l’aiuto delle Ong è purtroppo indispensabile. Quello che mi porto dietro lo scriverò con la penna, non voglio che niente, nessun nome, nessuna storia vada perduta. Buon vento a tutte le navi Ong”.










