di Giuseppe Legato
La Stampa, 1 aprile 2023
Il racconto del giovane afghano: “Tutti i miei parenti erano su quella barca”. Sono le 16.45 del 6 marzo scorso quando nelle stanze della Questura di Crotone, un ragazzo afghano di 23 anni racconta a due ispettori della polizia la più drammatica e incredibile storia di morte del naufragio di Steccato di Cutro, 92 vittime nel mare d’inverno, finita agli atti dell’inchiesta dei pm calabresi. “Tutta la mia famiglia era su quella barca. Siamo partiti in 21, sedici sono morti tra le onde”.
Bisognerebbe essere stati lì, in quel momento, negli uffici della squadra Mobile, per guardare negli occhi Namzai Alì, 23 anni il prossimo 27 agosto che racconta di come ha perso tutto e tutti sul caicco Summer Love partito dalle spiagge di Izmir, Smirne il 22 febbraio e finito in mille pezzi su una secca a poche decine di metri dalla spiaggia: generazioni sterminate affogate nelle fredde acque del mar Jonio quando ormai si sentivano arrivati a destinazione: “Quel trafficante - dice - mi ha distrutto la vita, i miei familiari sono quasi tutti morti, ho perso anche la mia fidanzata, è colpa sua e adesso chiede anche che sblocchiamo i soldi dei cinque rimasti in vita. Non devo pagare niente, è lui che deve scontare la sua pena in carcere”.
Lo indica subito nel registro fotografico che gli mostrano i poliziotti: “È lui - dice - lo confermo senza alcun dubbio” dando riscontro un’istantanea che ritrae il trafficante comodamente seduto su una panchina della barca. Con l’indice racconta ai poliziotti l’identità degli altri quattro. Non tentenna, brama giustizia.
“Tre mesi fa siamo partiti da Kabul, tutti insieme, in 21 verso la Turchia, appena arrivati abbiamo preso in affitto un appartamento nel quartiere Aksaray e 20 giorni prima della partenza verso l’Italia mio zio Mohammhed Anvar ha contattato un trafficante afghano a Istanbul: si chiama Said Reza, ho il contatto telefonico vi mostro l’intera chat. Con lui, zio ha contrattato l’intetra liquidazione per il viaggio clandestino di tutti noi: 118 mila euro per i quali sono stati impegnati i soldi della vendita di una casa e di un terreno del datore di lavoro di mio zio al quale li avremmo restituiti mano a mano lavorando in Europa. Lo zio però è morto nel naufragio quindi due giorni fa ho contattato io il trafficante specificando che 16 dei 21 membri della nostra famiglia sono morti su quella barca. Mi ha risposto che non toglierà il vincolo della somma”. Il racconto prosegue: “Pochi giorni prima di salpare verso l’Italia siamo stati contattati da Said Reza che ci comunicava di spostarci nel quartiere Zaytomburno di Istanbul. Lo abbiamo raggiunto a bordo di più taxi essendo 21 persone. Qui abbiamo incontrato due afghani che ci hanno sistemato in un appartamento al sesto piano insieme ad altre 80 persone, siamo rimasti lì una sola notte. Alle sei del mattino siamo stati caricati a bordo di diversi furgoni bianchi e siamo stati portati a circa lontani da Istanbul: in questo casolare siamo stati accolti da tre pakistani, due dei quali hanno poi fatto il viaggio insieme a noi fino alle coste italiane che ci hanno fatto infine spostare sue due camion. Giunti nei pressi di un bosco abbiamo ancora camminato per due ore fino a raggiungere la spiaggia dove c’erano già 100 persone pronte a imbarcarsi”.
I trafficanti sequestrano i cellulari a tutti i passeggeri della nave, “ce lo restituiranno soltanto dopo aver superato le isole greche con l’ordine di non utilizzarlo fino all’arrivo”. La testimonianza arriva presto al momento più drammatico, quello del naufragio: “Abbiamo sentito un forte urto, ho cercato di afferrare la mia fidanzata, ma il resto della mia famiglia è rimasta sottocoperta dove l’acqua ormai entrava in quantità. A distanza di due minuti la barca si è spezzata, io e lei siamo stati investiti da un’onda e la sua mano mi è sfuggita. L’ho cercata, ma non l’ho più trovata, sono riuscito ad arrivare in spiaggia a nuoto e mi sono seduto da solo per cercare di riprendere le forze dopo aver vomitato perché avevo inghiottito acqua e carburante. Lì, ho trovato due miei cugini che erano ancora vivi e sono arrivati i primi soccorsi. Ma lei non l’ho più vista e sono rimasto solo sulla sabbia, senza più speranza”.











