di Alessandra Ziniti
La Repubblica, 19 aprile 2021
La ministra vuole garanzie sui diritti umani, i libici chiedono più mezzi. Dodici giorni dopo la visita di Mario Draghi a Tripoli tocca a Luciana Lamorgese cominciare a scendere sul piano operativo di una partnership rinnovata che l'Italia giudica strategica per gli equilibri nel Mediterraneo.
Avere un ruolo concreto nella stabilizzazione di un governo che possa essere un interlocutore affidabile anche nella gestione dei flussi migratori dalla Libia (più che raddoppiati rispetto al 2020) la cui ripresa preoccupa il Viminale: è la missione della ministra dell'Interno che oggi vola a Tripoli per incontrare il suo omologo Khaled Mazen.
La carne al fuoco è tanta. Lamorgese sa di dover portare a casa il più presto possibile le condizioni alle quali l'Italia aveva accettato l'anno scorso di rinnovare il contestatissimo memorandum Italia-Libia: la garanzia del rispetto dei diritti umani dei migranti, il libero accesso delle organizzazioni umanitarie nei centri di detenzione e la ripresa dei corridoi umanitari per i rifugiati, così come promesso pochi giorni fa all'alto commissario dell'Unhcr Filippo Grandi.
Oltre, naturalmente, al controllo delle frontiere per cercare di fermare i flussi nel Mediterraneo. Ma il governo libico anche questa volta è pronto a battere cassa: sull'altro piatto della bilancia chiede ancora sostegno economico, addestramento delle forze militari, mezzi.
Non solo motovedette, ma anche mezzi terrestri per controllare la frontiera sud del Paese, quella attraverso la quale decine di migliaia di migranti continuano ad entrare nel Paese. È questo che interessa di più al governo libico: il programma europeo Sibmil (Support to Integrated border and migration management in Libya) che prevede formazione e fornitura di strutture sul campo. È un campo minato quello in cui è chiamata a muoversi Luciana Lamorgese.
Con la Turchia che ormai da mesi allarga la sua influenza sul controllo dei flussi migratori addestrando il personale della guardia costiera libica e i segnali contraddittori che continuano ad arrivare da Tripoli: dalla recentissima liberazione e contestuale promozione, con tanto di festeggiamenti in strada, di Abdel-Rahman Milad, noto come "Bija", ufficiale della Guardia costiera libica accusato di traffico di esseri umani, ai nuovi avvertimenti ad alcuni pescherecci italiani impegnati in una battuta in acque internazionali, a 35 miglia dalla costa, che la Libia ritiene invece unilateralmente di sua competenza.
Lamorgese e Mazen si conoscono da tempo. Il nuovo ministro dell'Intemo libico era già a capo della Polizia e viceministro nel governo di Al Serraj. La prima presa di contatto dovrebbe servire dunque a mettere sul tavolo le rispettive richieste. Per l'Italia anche il controllo delle milizie che fino ad ora hanno giocato un ruolo di assoluto protagonista nel traffico dei migranti.
"La disarticolazione dei sodalizi criminali che portano alla perdita di vite umane è il nostro primo obiettivo, con un approccio condiviso con i paesi terzi che vanno sostenuti nel controllo delle frontiere oltre che con uno sforzo straordinario dell'Europa per gli accordi di partenariato", ha detto Luciana Lamorgese in Senato. In cima all'agenda del Viminale c'è la rinegoziazione del memorandum che l'Italia aveva accettato di prorogare solo con delle modifiche sostanziali, dal rispetto dei diritti umani al progressivo alleggerimento dei centri di detenzione.
L'Italia aveva già presentato una bozza di modifiche e attendeva le controdeduzioni del governo di Al Serraj, poi la crisi libica ha fatto arenare la trattativa. Oggi sarà il momento della verifica delle reali intenzioni del nuovo esecutivo di Tripoli.
Il ringraziamento di Draghi alla Libia per quelli che il premier ha definito i "salvataggi" in mare ha suscitato sconcerto anche nei rappresentanti delle agenzie dell'Onu che ribadiscono come riportare indietro i migranti in Libia, porto non sicuro, sia illegittimo: 50.000 nei quattro anni dall'approvazione del memorandum, 11.000 solo nel 2020, la maggior parte dei quali (dopo essere transitati nei centri di detenzione ufficiali) sono rimessi nelle mani delle milizie.











