di Luigi Manconi
La Stampa, 31 agosto 2020
Mai come ora, di fronte a quanto va accadendo nel Mediterraneo, si avverte un bisogno di "più Europa". Perché, è palese, una soluzione per la tragedia che si consuma davanti alle nostre coste, non potrà venire, certo, dalle motovedette della guardia costiera libica e nemmeno di quella italiana, bensì solo da una politica sovranazionale e da una strategia complessiva dell'Unione.
Prima ancora, una premessa. Comunque la si pensi si deve partire da un principio di realtà: siamo in presenza di uno stato di necessità. I movimenti degli esseri umani, di cui in questo nostro angolo di mondo vediamo appena una modesta espressione, dipendono da processi planetari così profondi e di antica data che immaginare di arrestarli con i "blocchi navali" o con la "chiusura dei porti" è utopia. Cattiva utopia, appunto, disegno velleitario e demagogico; e in grado di funzionare solo illusoriamente: mentre il precedente governo sosteneva di aver "fermato gli sbarchi", cresceva in misura assai rilevante il flusso lungo la rotta balcanica. Altrettanto inevitabile è che - di fronte ai quattro naufragi e ai più di cento morti tra il 17 e il 20 agosto - ci sia chi, come l'artista Banksy, decida di prestare soccorso. La sua motivazione è tanto elementare quanto inconfutabile: se le autorità europee ignorano il grido di aiuto dei non europei qualcuno dovrà pur intervenire.
La risposta dei sovranisti da condominio e dei moderati con la bava alla bocca è avvilente: si ricorre alla bolsa invettiva contro i radical chic che alimenterebbero il "traffico di esseri umani". Sfugge, evidentemente, che anche questo movimento di solidarietà è manifestazione dell'attuale livello di civiltà giuridica, del diffondersi dei valori della democrazia e del liberalismo e di quel sentimento di cittadinanza universale che è una felice invenzione proprio dell'Occidente. Insomma, ci saranno sempre, e provvidenzialmente, filantropi e uomini di mare, organizzazioni non governative e giuristi, intellettuali e anonimi cittadini e magari ammiragli e funzionari dello Stato, oltre che amministratori e governanti, che soccorreranno chi sta per affogare, che offriranno riparo ai fuggiaschi e che apriranno le porte a chi insegue una possibilità di salvezza. D'altra parte, va compresa e trattata con saggezza l'insofferenza che si manifesta tra gli abitanti di Lampedusa e tra tutti coloro che patiscono il peso di una convivenza, assai malamente gestita, tra residenti e migranti. Tutto ciò è, come si è detto, inevitabile e prescinde dalla miseria delle speculazioni elettorali (mancano giusto venti giorni al voto per le regionali) e delle guerricciole tra partiti. Ma il fatto che lo scenario appena descritto sia segnato dalla ineludibilità, non significa che non si debbano adottare strategie razionali e intelligenti, capaci di governare il fenomeno.
L'Italia ha oggi una grande occasione. Proprio oggi, in questo giro di giorni e settimane, non tra sei mesi o un anno. E l'opportunità è rappresentata dal buon risultato ottenuto in occasione del negoziato sul Recovery Fund e sulla distribuzione delle risorse comunitarie contro la pandemia. Se è vero, come è vero, che il nostro paese è uscito da quel passaggio cruciale con maggiore prestigio e più forza contrattuale, è esattamente questo il momento per mettere a frutto la sua nuova e più affidabile identità. Magari fragile, ma comunque considerata.
Ciò potrà avvenire se l'Italia sarà in grado di far accettare quanto è già nelle cose: la politica sanitaria europea, così come non può essere disgiunta nemmeno per un attimo da una generale strategia di sviluppo economico, non può, tanto meno, pensare l'immigrazione come un tema circoscritto e separato. Quasi fosse un problema di ordine pubblico o, al più, di filantropia. Quella dell'immigrazione è, in primo luogo, una questione che riguarda la demografia e l'economia e che attraversa le diverse agende e i diversi dossier della politica europea, gli accordi bilaterali e quelli continentali, le intese regionali e quelle comunitarie.
Di conseguenza, se oggi l'Italia è maggiormente rispettata, questa sua nuova autorevolezza si misurerà nella capacità di tradurre, finalmente, in una strategia condivisa quella esigenza, finora rimasta sulla carta, di fare del Mediterraneo una questione europea. Se così non sarà, ci meriteremo Matteo Salvini o un altro come lui.










