di Francesco Bei
La Stampa, 3 luglio 2019
Compressione dei diritti? L'esecutivo sta mettendo in crisi gli equilibri di una società aperta e liberale come la nostra? Per un italiano la risposta a queste domande è (o dovrebbe essere) ovvia. E tuttavia la prima contestazione all'estero del nostro presidente della Repubblica è uno di quegli episodi che, per quanto piccolo e limitato, costituisce un precedente da non sottovalutare. Segno che, all'estero, a quelle stesse domande si inizia a rispondere in modo per noi non scontato.
A Salisburgo si è trattato di poche decine di ragazzi con cartelli inneggianti a "Carola" - la capitana della Sea Watch assurta a simbolo dell'accoglienza dei migranti - i quali, evidentemente, non ce l'avevano con Sergio Mattarella. Ma gli urlavano contro in quanto rappresentante dell'Italia, ai loro occhi il paese che incarcera chi soccorre i migranti in mare. Attenzione, perché sembra stia avvenendo un impercettibile ma continuo scivolamento del Paese nella scala di reputazione europea, di cui i fischi e le urla contro Mattarella sono un campanello d'allarme. Che arriva nello stesso giorno in cui si sono sollevati striscioni al parlamento europeo con gli slogan "free Carola".
E dopo le critiche e gli attacchi di paesi amici e alleati, dalla Francia alla Germania. Se persino il compassato presidente tedesco Steinmeier arriva a esprimersi contro l'Italia per come stiamo trattando le ong che soccorrono i migranti, qualche interrogativo dovremmo porcelo. Non perché in Europa abbiano ragione a trattarci da appestati. L'Italia è un grande paese democratico, dove la magistratura non obbedisce al governo.
E lo dimostra la decisione della gip di Agrigento, Alessandra Vella, che non ha convalidato l'arresto della comandante della Sea Watch Carola Rackete, la "ricca fuorilegge" secondo la definizione del ministro Salvini. Mentre la magistrata demoliva le accuse con cui Salvini ha creato in questi giorni il "mostro" Rackete e specificava che il decreto Sicurezza bis "non è applicabile alle azioni di salvataggio in quanto riferibile solo alle condotte degli scafisti", alla Camera ieri una gragnuola di critiche di professori di diritto, magistrati e avvocati seppelliva lo strumento immaginato dal ministro per tenere le Ong lontane dalle nostre coste.
La fine della vicenda Rackete, le contestazioni a Mattarella e le voci fuori dal coro degli esperti di diritto sul decreto Salvini dimostrano due cose. La prima è che in Italia i checks and balances funzionano e non c'è nessun allarme democratico. La seconda è che il ministro dell'Interno, spingendo oltre ogni limite la sua campagna politica contro le associazioni umanitarie (in assenza di un'emergenza immigrazione che non esiste nei numeri), sta disegnando attorno all'Italia un cordone sanitario.
Stiamo diventato un paese antipatico, arrogante, che da fuori sembra sempre più simile all'Ungheria che all'Europa occidentale. E oltretutto in questo modo oscuriamo le tante responsabilità degli altri paesi europei, che certo in tema di accoglienza di migranti clandestini non possono salire in cattedra. L'Italia per fortuna resta una solida democrazia dove le garanzie funzionano e quei ragazzi di Salisburgo avrebbero fatto meglio a passare il pomeriggio al parco piuttosto che a contestare il nostro capo dello Stato.
Lo dimostra il fatto che persino il provvedimento di allontanamento della Rackete, disposto dal prefetto su ordine di Salvini, deve essere firmato da un giudice. Ma purtroppo in politica contano anche le impressioni. E a proposito di impressioni, ieri il ministro dell'Interno e vicepremier si è scagliato contro la decisione del Gip sulla Rackete con parole davvero al di là di ogni limite. Un ministro non si "sfoga" e non si "indigna" contro un altro potere dello Stato.
Chi governa è libero di criticare e ha gli strumenti giuridici per farsi valere, ma nemmeno Berlusconi, che pure spesso tracimava, aveva mai raggiunto toni simili contro un magistrato. Il ministro della Giustizia, il cinque stelle Alfonso Bonafede, ha niente da dire?










