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di Antonio Gibelli

Il Manifesto, 7 luglio 2026

Di fronte alle parole fin troppo chiare di Leone XIV da Lampedusa sui migranti, sono molti i modi per tentare di chiamarsi fuori. Fino al miracolo del sottosegretario Mantovano, che fa finta di essere d’accordo e mette assieme il diavolo e l’acqua santa cercando di far dire al Papa il contrario di quel che ha detto. L’impresa è improba e questi sono mezzucci da giocatori delle tre carte. Ma ci sono anche altri piccoli espedienti mediatici di mascheramento, di uso più sfumato: lo stile enfatico, ieratico, patetico. Le sue sono parole di pietà evangelica per chi soffre. Un momento di commozione per i morti in mare. Eh no. No. Quello di Prevost non è un rituale di circostanza. Le sue parole sono semplici e lapidarie, sono un J’accuse!

I morti in mare non sono frutto del caso: sono la conseguenza di decisioni prese e di decisioni mancate. Non poteva essere più preciso di così. Non sono fatalità su cui versare lacrime di coccodrillo. Sono il risultato inevitabile di scelte deliberate e consapevoli. Del governo italiano e della maggioranza dei governi europei, senza dire degli Stati uniti, suo paese di provenienza, a cui ha già detto: la politica di Trump rinnega il vostro atto di nascita. Va esattamente in direzione contraria.

Decisioni prese: trattare le migrazioni come problema di ordine pubblico. A cominciare da Cutro, atto di nascita e certificato di battesimo del governo: strage preterintenzionale perché ha dato priorità alla Guardia di finanza rispetto alla Guardia costiera, perché ha ignorato che il barcone era ad alto rischio. O forse perché, nelle scelte di chi doveva prevenire e salvare, hanno pesato le aspettative di un governo che aveva dichiarato guerra agli sbarchi. Così oggi: ignorare che meno sbarchi sono più annegati, in proporzione. E ancora: ostacolare le Ong, dirottare, respingere, deportare, aizzare paura e odio.

E poi decisioni mancate: mancate politiche di accoglienza e inserimento, mancate garanzie di gestione legale dell’occupazione, mancata attivazione di flussi regolari favorendo gli inserimenti, gli scambi culturali, gli incontri interreligiosi. Le parole di Prevost sono state anche qui taglienti. Occorre “affrontare la crisi in modo organico, inserendo il primo soccorso in un piano strategico di lungo periodo per accogliere, promuovere, integrare i migranti”. Capito? Prima salvare, poi provvedere all’inserimento. Certo, ha detto anche: meglio se non dovessero emigrare, meglio se il luogo di nascita non fosse una condanna. E chi non lo pensa.

Come è successo con Gaza, da ultimo con le testimonianze di Pizzaballa, la Chiesa cattolica di Leone XIV assume su di sé un compito politico e ideale enorme perché va interamente controcorrente su una questione cruciale rispetto ai governi occidentali e a parti consistenti delle loro opinioni pubbliche. Non è come nel caso della Rerum Novarum, quando il predecessore (nel nome) di Prevost, Leone XIII, cercò di arginare la penetrazione del socialismo fra le masse dei salariati nel momento della massima ascesa del capitalismo industriale.

Oggi Prevost si pone non solo contro i governi ma contro il capitalismo della globalizzazione che vuole un mondo (spazio interplanetario compreso) in cui tutto si muove infinitamente senza limiti, meno le donne e gli uomini in cerca di luoghi per la sopravvivenza. Un mondo in cui crescono le ricchezze miliardarie per pochi e il lavoro schiavistico per i più. Un mondo in cui la fame viene punita anziché saziata. Il linguaggio umanitario in questo contesto diventa linguaggio rivoluzionario. Il suo non è un requiem, è un pugno nello stomaco ben assestato. C’è solo da augurarsi che sia capace di suscitare forze sufficienti per contrastare le derive in atto.