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di Diana Ligorio

Il Domani, 25 marzo 2026

“Nell’immaginario collettivo l’Italia è il paese delle piazze. Ma nel mio progetto di ricerca ho scoperto che, per molti migranti provenienti dallo spazio post-sovietico, Roma non inizia per strada, ma sullo schermo di uno smartphone”. Con queste parole Liubov Iashchenko presenta la sua indagine antropologica sulle chat di Telegram come risposta all’immobilità burocratica: reti digitali di solidarietà che si trasformano in strumenti indispensabili di cittadinanza e sopravvivenza urbana. Dopo una laurea in Storia all’Università di Prem’ in Russia, ora Iashchenko continua i suoi studi in discipline etno-antropologiche presso la Sapienza di Roma. “Durante le interviste in profondità, i miei informatori mi hanno spesso raccontato che il trasferimento in Italia dai paesi appartenenti alla ex Unione Sovietica è un percorso solitario”.

A differenza delle comunità cinesi o bengalesi, i migranti post-sovietici non hanno quartieri fisici dove concentrarsi e trovare reti di conoscenza: “Quando arrivano a Roma, si scontrano con una immobilità burocratica che costituisce un muro invisibile: non possono affittare legalmente una casa, ottenere il permesso di soggiorno o prendere appuntamento con un medico. Bloccati in una zona di transito”. Nella sua ricerca, Iashchenko ha intervistato quaranta persone tramite questionario, ha effettuato tre interviste in profondità e analizzato i tre più grandi canali Telegram dei migranti russofoni a Roma: “Il 62,5 per cento delle persone dice che trovare informazioni vitali su Telegram è più veloce e chiaro che nelle istituzioni ufficiali italiane, come la Questura o i Caf. Il 70 per cento sostiene che “i nostri” nelle chat aiutano molto di più dello Stato ospitante”.

Il motivo principale è la barriera linguistica unita alle difficoltà nel capire come funziona il sistema. Secondo Iashchenko, per queste persone Telegram non è solo un app di messaggistica ma diventa un’istituzione sociale alternativa: “Un vero e proprio welfare dal basso”. Quarticciolo, dove le disuguaglianze fanno ammalare: la salute segue la geografia della povertà Chat risolve problemi Il campione è formato da giovani: Il 65 per cento sono studenti; Il 45 per cento degli intervistati è costituito da nuovi arrivati, in città da meno di un anno, il 35 per cento, invece, da veterani che vivono sul territorio da più di tre anni. “Ho fatto un lavoro di etnografia digitale”, spiega Iashchenko. “Non mi sono limitata a leggere le chat, ma ho fatto un’osservazione partecipante, immergendomi nella loro routine quotidiana”.

Alla base della ricerca ci sono le tre principali chat Telegram in questo settore. Il volume totale dei dati analizzati, dal 2021 al marzo del 2026, è di quasi 400mila messaggi. “Ovviamente, nessun antropologo può leggere e codificare a mano questa enorme quantità di materiale. Per questo ho utilizzato il machine learning, l’apprendimento automatico. In particolare, ho usato il metodo del Topic Modeling, chiamato algoritmo Lda”. Dall’analisi delle chat emerge che i problemi più urgenti sono i documenti e la ricerca della casa: “Il 72,5 per cento chiede aiuto alla diaspora digitale per coprire i bisogni fondamentali per sopravvivere. Una parte importante riguarda anche finanza, bonifici bancari, vita accademica e anche la semplice ricerca di socializzazione tra persone. Quasi il 90 per cento delle persone risolve con successo i propri problemi grazie alle chat. Trovano casa o lavoro; ricevono consigli utili per i documenti”.

Da nord a sud, l’esempio degli ambulatori sociali: dove la sanità è veramente un bene comune I partecipanti alle chat vengono da Kazakistan, Russia, Kirghizistan, Armenia, Azerbaigian. Sono studenti e migranti dall’Asia Centrale e dal Caucaso: “La casa digitale unisce persone di nazionalità diverse superando i confini geografici. Le loro città di origine non vengono nominate nelle chat per nostalgia. Sono dei veri hub logistici”. I migranti cercano compagni di viaggio per i voli, si scambiano documenti originali, mandano pacchi o medicine, cercano modi per trasferire denaro. Inoltre, nello scambio di messaggi sulle chat Iaschenko vede la nascita di una lingua nuova: “Su Telegram i migranti inventano il loro dizionario della sopravvivenza. Si mescolano termini burocratici italiani, parole inglesi e suffissi russi. Non affittano una stanza, ma una dabla (dalla parola inglese double).

Non ricevono il codice fiscale, ma il kodikiy, e aspettano il pezzo di carta, la ricevuta. Questo gergo li aiuta a orientarsi in un sistema straniero complesso”. In una situazione di isolamento, Telegram diventa piazza digitale, un luogo dove il migrante post-sovietico entra a far parte di un gruppo di persone pronte ad aiutarlo. Ci sarebbe da chiedersi perché queste persone si rendano disponibili ad aiutare gratuitamente altre persone. “Il 97,5 per cento degli intervistati ha ammesso di aiutare gli altri membri della chat. Qui incontriamo quello che gli antropologi chiamano l’economia del dono”, conclude Iashchenko. “Le persone aiutano perché sono unite dallo stesso destino e dalla stessa vulnerabilità”. Qualcosa che, online e offline, spesso dimentichiamo. Riscopriamo a scuola la storia delle migrazioni: le ragioni per rovesciare lo sguardo.