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di Alessandro Solidoro

Il Manifesto, 5 agosto 2026

Sui social girava la voce che dopo una sentenza del Tribunale supremo spagnolo chi fosse riuscito a raggiungere l’enclave via mare non sarebbe più stato rimandato in Marocco. Cosa accade quando la realtà ci arriva attraverso immagini e racconti scelti da altri? Platone immaginava uomini incatenati in una caverna, convinti che le ombre proiettate sulla parete fossero il mondo. A Ceuta le ombre hanno mosso i corpi. Sui social girava la voce che dopo una sentenza del Tribunale supremo spagnolo chi fosse riuscito a raggiungere l’enclave via mare non sarebbe più stato rimandato in Marocco. La sentenza vietava i respingimenti immediati, non i rimpatri previsti dalla legge. Migliaia di persone hanno tentato l’ingresso lo stesso. Ci sono stati morti. Quella lettura distorta non ha raccontato male la realtà: l’ha prodotta.

Per la destra europea e americana Ceuta dimostra il fallimento del governo spagnolo sull’immigrazione. Altri parlano di ritorsione marocchina e richiamano i finanziamenti americani a Rabat e gli interventi dei think tank conservatori. In poche ore gli indizi diventano una trama. Prove pubbliche di una regia di Washington, finora, non ce ne sono. Funziona così ogni volta. Il fatto accade in una notte, i racconti si moltiplicano nelle ore successive, la verifica arriva giorni dopo: quando è pronta, la prima versione ha già indicato i colpevoli e acceso le paure. Chi smentisce arriva sempre secondo. Che fare? Una cura risolutiva non esiste, ma quindici anni di esperimenti qualcosa hanno insegnato, e conviene guardare i numeri invece di ripetere buoni propositi.

Il fact-checking serve, soprattutto quando è rapido e ricostruisce come sono andate le cose invece di appiccicare un bollino a una frase. Ha però un effetto collaterale documentato: nei test condotti dall’università di Cambridge sul gioco Bad News, chi impara a smontare le bufale poi giudica meno attendibili anche le notizie vere. Alla propaganda, del resto, non serve convincerci tutti della stessa bugia. Le basta farci credere che mentano tutti.

Il “prebunking” prova ad arrivare prima. Non rincorre ogni falsità: smonta gli attrezzi con cui viene costruita. L’immagine tolta dal suo contesto. Il capro espiatorio. La falsa alternativa. L’appello alla paura. Nel 2022, su Science Advances, lo stesso gruppo, insieme a Jigsaw, l’unità di Google che si occupa di manipolazione online, ha pubblicato il test più ampio mai fatto: cinque video da novanta secondi su YouTube, un milione di persone che li guardano, cinque centesimi a visualizzazione, e una capacità di riconoscere le tecniche manipolatorie ancora misurabile diciotto ore dopo. Subito dopo Jigsaw ha portato lo stesso metodo in Polonia, Slovacchia e Repubblica Ceca, contro la disinformazione sui profughi ucraini. È il punto che riguarda Ceuta: quando l’Europa ha ritenuto che la posta in gioco fosse alta, la contromisura l’ha finanziata e mandata in onda nel giro di un mese. Sui migranti che muoiono nel Mediterraneo, no. E che la contromisura la finanzi chi guadagna dal problema spiega perché non può restare una scelta aziendale. La protezione, del resto, svanisce. Per questo l’educazione all’informazione non può ridursi alla giornata scolastica contro le bufale: va messa stabilmente nella scuola, nell’università, nella formazione degli adulti.

C’è poi un rimedio più semplice: rallentare. Nel 2020 Twitter chiese agli utenti se non volessero aprire l’articolo prima di rilanciarlo, e i link aperti aumentarono del 40%. Bastava una domanda. Nel 2021 Gordon Pennycook e David Rand hanno pubblicato su Nature un esperimento sul campo: un semplice invito a pensare all’accuratezza migliorava la qualità di ciò che veniva condiviso. La conclusione degli autori, però, è la parte che di solito non viene citata: l’attenzione è volubile, l’effetto non dura, tocca alle piattaforme cambiare struttura. Rallentare non è la soluzione. È la prova che la soluzione sta altrove.

Sta nell’economia. Le piattaforme premiano ciò che produce interazioni, e l’indignazione rende più della verifica. Chiedere al singolo di ragionare meglio senza toccare questo meccanismo vuol dire curare l’avvelenato e lasciare in funzione la fabbrica del veleno. Qualcosa si muove: dal 29 ottobre 2025 è in vigore l’atto delegato sull’articolo 40 del Digital services act, e i ricercatori abilitati possono chiedere alle grandi piattaforme i dati non pubblici su algoritmi, pubblicità e moderazione. Ma per ottenere un dato bisogna sapere che esiste, e i cataloghi di ciò che esiste li compilano le aziende stesse. Restano da fare le cose serie: audit indipendenti sugli algoritmi, individuazione delle campagne coordinate, soldi tolti a chi fabbrica falsità di mestiere.

Non basta però togliere il falso: bisogna rendere disponibile il vero. Nessun ministero della Verità, piuttosto qualcosa che somigli a uno Stato sociale della conoscenza. Giornalismo indipendente e locale, biblioteche, università autonome, istituti statistici, archivi e amministrazioni trasparenti sono infrastrutture democratiche come la scuola e la sanità: producono materiali controllabili e lasciano vedere i passaggi con cui si arriva a una conclusione. Trattarli come un lusso culturale è già una scelta politica. Dalla caverna non usciremo trasformando ogni cittadino in un investigatore solitario. Bisogna rendere riconoscibili quelli che muovono le ombre e impedire che la parete resti proprietà di poche società private. Bonificare l’ambiente informativo non significa stabilire per legge che cosa si debba pensare. Significa smettere di lasciare alla menzogna più denaro, più velocità e più tecnologia di quanta ne abbia la verità.