di Silvia Truzzi
Il Fatto Quotidiano, 6 febbraio 2025
Non senza un certo imbarazzo ci tocca tornare sulla telenovela dei migranti deportati in Albania: sabato altri 43 sono rientrati a Bari, dopo la solita permanenza di un quarto d’ora dall’altra parte dell’Adriatico. I nuovi magistrati non hanno disposto la convalida dei provvedimenti di trattenimento per i migranti e dunque sono rientrati (tutti!) in Italia, facendo imbufalire la presidente del Consiglio che ad Atreju aveva tuonato, con aria parecchio minacciosa: “Funzioneranno, dovessi passarci ogni notte fino alla fine del governo”.
Come ricorderete, l’ultima trovata, in novembre, era stata spostare la competenza dalle sezioni immigrazione dei tribunali per trasferirla alle corti d’appello. Le quali, come ben spiega il nome, dovrebbero giudicare in appello, cioè in seconda istanza e sono, oltretutto, già sovraccariche di lavoro. Purtroppo, pure cambiando il giudice, il risultato è stato lo stesso. E dunque adesso è allo studio un nuovo decreto per aggirare l’ennesima sentenza: se ne sta occupando il ministero della Giustizia (stiamo in una botte di ferro) con Palazzo Chigi, dove il dossier è seguito dal sottosegretario Mantovano di persona personalmente. L’obiettivo è evitare che nelle corti d’appello finiscano gli stessi magistrati delle “sezioni immigrazione” depotenziate a fine anno. I capigruppo di FdI a Camera e Senato, Galeazzo Bignami e Lucio Malan hanno messo nero su bianco (o tempora o mores) che “tutti e 5 i giudici che hanno firmato i provvedimenti della corte di appello, provengono dalla sezione specializzata del tribunale di Roma. Il governo e il Parlamento hanno trasferito la competenza alla Corte di appello per sottrarla alle sezioni del tribunale e loro migrano in massa: una presa in giro del Parlamento”. L’idea sarebbe di vietare esplicitamente i “prestiti” di personale tra gli uffici giudiziari, o di utilizzare l’anzianità come criterio. L’incostituzionalità è evidente, così come la pericolosa ostinazione del governo: il 25 febbraio la Corte di giustizia europea si riunirà per chiarire la questione relativa alla definizione di Paesi sicuri. Sarebbe un indice di maturità politica, oltre che di rispetto del dialogo tra i poteri dello Stato, attendere la decisione della Corte e poi regolarsi in base al pronunciamento.
Ma qui tira una pessima aria, tra un ministro della Giustizia che in Parlamento dice che i giudici non li fermeranno, i video messaggi alla Nazione della premier indagata e indignata, Forza Italia che rilancia una “Commissione parlamentare di inchiesta sull’applicazione delle norme in materia di ordinamento giudiziario e organizzazione della magistratura, di tutela della presunzione di non colpevolezza e di riparazione per l’ingiusta detenzione” (così sui social l’onorevole Enrico Costa). Torna in auge - tra il plauso di leghisti e forzisti - il ripristino dell’immunità parlamentare (l’articolo 68 della Carta fu modificato nel ‘93 proprio per l’abuso che deputati e senatori ne facevano).
Il ministro Crosetto sogna un patto istituzionale tra poteri e la reintroduzione dell’immunità, per mettere fine alla “guerra dei trent’anni” tra magistratura e politica (sic). E tutto per il pasticcio che il governo ha combinato sul caso Almasri. Ma qui sbagliano obiettivo: non c’entrano i giudici, che sempre più spesso diventano bersagli con nome e cognome. Non c’è commissione d’inchiesta o immunità che li possa proteggere dalla figuraccia che hanno fatto davanti all’opinione pubblica scarcerando un presunto torturatore (uno di quelli da cercare in tutto l’orbe terracqueo) perché “pericoloso” (parola del ministro Piantedosi) e riportandolo sano e salvo a casa con un volo di Stato.











