di Giuseppe Bonaccorsi
Il Dubbio, 22 agosto 2024
Nel caso Boyun, presunto mafioso-terrorista accusato da Ankara, anche un interprete in Italia da trent’anni. Un delicato e contorto intrigo internazionale, con al centro un mediatore culturale e traduttore finito in carcere e un boss, entrambi di origine curda. Un caso che ha già sollecitato la raccolta di migliaia di firme in favore di Abutalip “Havel” Burulday, il mediatore immigrato in Italia dal 1997, quando arrivò in Calabria a bordo di uno dei tanti barconi della speranza. Le firme sono state sottoscritte in giro per la Penisola dalle associazioni antirazziste che promuovono l’integrazione dei migranti. In campo anche quella dell’ex sindaco di Riace Mimmo Lucano, oggi europarlamentare per i Verdi- Sinistra.
Sono gli ingredienti di una vicenda internazionale della quale si sta interessando un avvocato del Foro di Catania, Giacomo Giuliano, che difende il mediatore, finito in manette a Catania il 22 maggio su richiesta della Procura di Milano con l’accusa di aver favorito un boss giunto in Italia dai Balcani. Havel, che da oltre vent’anni svolge in Italia l’attività di mediatore culturale a supporto dei richiedenti asilo, sarebbe coinvolto, secondo gli inquirenti, in una inchiesta (che riguarda anche altre 18 persone) su presunti atti di terrorismo, in particolare per il supporto che avrebbe offerto al boss turco Baris Boyun, accusato di terrorismo, traffico di droga e sfruttamento dell’immigrazione clandestina. Secondo l’accusa proprio Havel, oggi rinchiuso in una cella a “piazza Lanza”, sarebbe un “interprete personale di Boyun e prestanome per far giungere in Italia denaro di provenienza illecita dalla Turchia”, come scrive il gip nella propria ordinanza. L’avvocato Giuliano la pensa diversamente e aggiunge un particolare di non poco conto, in aperto contrasto con quanto sostenuto dalle associazioni antirazziste che sostengono Havel: “Premettiamo che io non mi trovo affatto d’accordo con quanto sostenuto dalle associazioni sul presunto assoggettamento del nostro ordinamento giudiziario nei confronti del governo turco. Secondo le associazioni, ci sarebbe una sorta di servilismo del nostro sistema giudiziario nei confronti di Ankara, come se la Turchia, tramite la magistratura italiana, stesse punendo un mediatore curdo che in questi oltre 30 anni avrebbe fatto politica contro la Turchia. Ho chiarito che a me non risultano elementi tali da favorire questa lettura. Quello, invece, che dal mio punto di vista ho da dire in questa vicenda è che il signor Abutalip Burulday da oltre 30 anni si trova in Italia ed è persona perbene che si è sempre spesa per fare il mediatore culturale oltre che il traduttore per conto di diverse Procure italiane. Mai il mio assistito è stato raggiunto da notizia negativa, come se avesse tradito il suo mandato. Nel 2022 ha conosciuto Bayoun Boris, di cui mi ha detto, prima di allora, non sapere nulla. Il signor Bayoun arriva in Italia e viene presentato al mediatore come un politico curdo perseguitato dal governo turco. Tra i due nasce un rapporto, e a Talip viene chiesto di fare da mediatore e traduttore anche perché nel frattempo il signor Bayoun viene raggiunto da una richiesta di estradizione da parte della Turchia. Ne viene fuori un procedimento penale per cui era necessario che qualcuno facesse da interprete e traduttore. Quindi il mio assistito ha fatto solo questo. Ora, in tutte le intercettazioni in cui figura il mio assistito, mai si fa cenno a qualcosa di illegittimo e illegale di cui il signor Abutalip Burulday possa essere venuto a conoscenza per individuare la vera identità del boss”.
Il legale continua: “Secondo la costruzione accusatoria il signor Abutalip Burulday, essendo componente della comunità curda, non poteva non sapere che il signor Bayoun fosse un noto criminale in Turchia. Ma il mio assistito ha più volte detto che da oltre 25 anni non mette piede in Turchia e non è a conoscenza dei fatti che accadono in quel paese. Anche per la questione contestata dei fondi trasferiti in money transfert”, aggiunge il legale, “i sistemi sono tutti tracciati, per cui io ho chiesto prima al Tribunale del Riesame, che ha rigettato, e adesso alla Cassazione la scarcerazione del mio assistito per assenza della gravità indiziaria. Non ci sono, a mio giudizio, indizi che si possano qualificare gravi ai sensi della legge. Né sussiste pericolo di reiterazione del reato e di alcuno dei reati- fine, reati gravi come terrorismo, spaccio, contrabbando… c’è semplicemente una mera partecipazione”.
Intanto le associazioni antirazziste contestano anche la lunga carcerazione preventiva. “A settembre - spiega un componente del direttivo della Lega di Catania - terremo, insieme all’avvocato, una conferenza stampa. Attendiamo solo di conoscere le motivazioni in base alle quali il Riesame che ha rigettato l’istanza di scarcerazione”.










