di Niccolò Zancan
La Stampa, 11 settembre 2024
Il presidente internazionale di Medici senza frontiere è in Italia. Christos Christou, 53 anni, greco della zona delle Meteore, è arrivato a Salerno per testimoniare la sua rabbia e la sua frustrazione: “Mi sento come un medico con le mani legate in un pronto soccorso affollato. Tutti, sulla Geo Barents, ci sentiamo così”. La nave dei soccorsi umanitari Geo Barents è inchiodata alla banchina del porto dal 27 agosto. Non può salpare. Non può salvare. È sottoposta a fermo amministrativo per aver violato il decreto Piantedosi, quello che regola l’attività delle Ong alla voce: “Disposizioni urgenti per la gestione dei flussi migratori”. È il terzo blocco in due anni, al prossimo rischia il sequestro. A bordo ci sono venti marinai perduti. Come tutti i marinai costretti in porto troppo a lungo. Però adesso è arrivato il presidente, di mestiere chirurgo, la massima carica di Msf. È arrivato per dare solidarietà e sostegno nella battaglia legale.
Christos Christou, perché si sente come un medico con le mani legate?
“Perché mentre noi siamo qui. Fermi qui. Ad aspettare qui. Sappiamo che altre persone stanno lottando per la vita in mezzo al Mediterraneo. Fa male”.
Le autorità libiche vi accusano di scorrettezze. Cioè di aver chiesto ai migranti di tuffarsi in acqua per farsi soccorrere da voi invece che da loro. Come sono andate le cose la notte del 23 agosto?
“Potrei parlare per ore della Libia e della sua guardia costiera. Abbiamo lavorato a lungo a Tripoli. Continuiamo ad ascoltare persone che arrivano da là e ci descrivono quello che succede con le immagini più orribili: la Libia è un inferno. Ho ascoltato persone che dicono di essere state accolte da uomini in uniforme, che però erano in contatto con i trafficanti e gli scafisti. Questo per dire che non credo che la guardia costiera libica oggi sia il migliore dei partner”.
Avete chiesto ai migranti di tuffarsi?
“Le persone si sono buttate. Forse sono state anche spinte a farlo, ma non da Msf. Abbiamo prove schiaccianti, anche un video. Tutto ciò che serve per dimostrare che le accuse nei nostri confronti sono infondate. Più volte abbiamo cercato di coordinarci con la guardia costiera libica, ma loro non rispondevano. Quando ci siamo resi conto che le persone lottavano nel mare, siamo intervenuti. Cos’altro avremmo dovuto fare?”.
Secondo le carte intestate al ministero dell’Interno è “evidente un coordinamento fra la vostra Ong e i trafficanti di esseri umani”. Cosa risponde?
“È un’accusa vergognosa. È la solita retorica contro le Ong. Pensavo che questa discussione fosse finita dopo l’inchiesta di Trapani. È triste vedere che siamo di nuovo allo stesso punto. Eppure le Ong non sono arrivate per prime nel Mediterraneo. Le Ong sono arrivate quando hanno visto che la gente moriva in mare e che l’Unione europea e le autorità italiane non erano in grado di salvare le vite umane”.
I decreti firmati dal governo Meloni in materia di immigrazione sono famosi per una scelta particolare: assegnare alle Ong porti di attracco lontanissimi dal punto del soccorso. Come definirebbe questo tipo di decisione?
“È un modo per ostacolare i salvataggi. Non siamo sorpresi da queste pratiche italiane: vogliono scoraggiarci. Siamo testimoni sgraditi. Le Ong non devono vedere quello che succede nel Mediterraneo”.
Perché?
“Perché le loro politiche stanno fallendo. Sono in un vicolo cieco”.
Quando lei era in missione su Geo Barents di fronte alla Libia che porto di attracco vi hanno assegnato?
“Genova. Se si considerano i giorni di quest’anno, fra fermi e viaggi inutili, la metà del tempo lo abbiamo sprecato senza fare nulla. È uno spreco di energia, costa vite umane. Ma è la legge Italiana, e anche se la contestiamo, la rispettiamo”.
Il governo sta per aprire un centro di detenzione per migranti in Albania. Secondo lei, cosa succederà a quel punto?
“Nessuno lo sa. Non si capisce. Ma l’Albania è un altro pezzo dello stesso puzzle. L’obiettivo è esternalizzare il confine. Il che è una macroscopica violazione dei diritti umani. L’Inghilterra ci ha provato con il Ruanda, e adesso la gente ci ride su. L’Italia prova a farlo con l’Albania: vediamo cosa succederà. Ma non basta monitorare la situazione, dobbiamo contestare un’operazione del genere perché è una evidente violazione dei diritti fondamentali. È un progetto zeppo di problemi. Mette in discussione le relazioni internazionali. Sembra che la missione italiana sia gestita in modo coloniale: noi siamo i ricchi, vi diamo i soldi e voi vi occupate delle persone che non vogliamo”.
Voi sarete là?
“Di sicuro non andremo a legittimare un’operazione del genere, siamo fortemente contrari. Ci auguriamo che le persone deportate siano sostenute dalle autorità italiane. Ci auguriamo che possano avere almeno il rispetto che meritano. Se non dovesse accadere, allora dovremo intervenire”.
Qual è il paradosso della frontiera?
“Più si mette un ostacolo di fronte alle persone disperate, più troveranno un’altra strada”.
Msf opera in tutto il mondo. Quali sono i tre posti dove si concentra la maggiore sofferenza?
“Uno dei luoghi più trascurati è Haiti, dove regna il caos politico più totale. Non c’è alcun rispetto per la vita umana. Poi dico il Sudan, dove da più di 500 giorni si compiono massacri, soprattutto da parte di gruppi militari. Più di 7 milioni di sudanesi sono sfollati. La gente vive nei campi. I bambini muoiono di fame. Ma la gente non parla molto del Sudan, questo si sa. E poi c’è Gaza”.
Cosa vedete a Gaza?
“Oggi un collega mi ha scritto che tutto quello che vediamo a Gaza finirà presto perché non c’è altro da distruggere. Gaza è in una situazione orribile. È qualcosa di unico, anche per chi ha visto le peggiori atrocità. La sproporzione nella risposta di Israele. L’attacco indiscriminato contro i civili. Le decine di migliaia di bambini che sono morti, o sono stati mutilati, o sono sopravvissuti ma rimangono senza famiglia. È scioccante. Non so se nelle generazioni che seguiranno riusciremo mai a curare un simile trauma. E questo riguarda anche la Cisgiordania”.
È stato recentemente in Cisgiordania?
“Sì. Stanno bloccando tutto. Non lasciano entrare le ambulanze e nemmeno uscire le persone. Impediscono persino l’accesso negli ospedali. Mi preoccupa molto quello che sta succedendo, non solo per i palestinesi che vivono in quelle zone. Ma anche per la comunità internazionale. Mi preoccupa questa totale mancanza di rispetto. L’irresponsabilità”.
L’Europa si vede da là?
“Per niente. L’Unione Europea non ha mostrato alcuna leadership. Come cittadino mi aspetterei che sfidassimo questo indirizzo politico, per tornare ai valori fondanti. Viviamo in una parte del mondo privilegiata e continuiamo a perseguire un’agenda di securizzazione che non funzionerà. Nella storia non ha mai funzionato. I muri non funzionano. Per questo bisogna cambiare paradigma. Dobbiamo rimettere gli esseri umani in cima all’agenda. Dobbiamo ripartire dall’umanità”.









