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di Giansandro Merli

Il Manifesto, 6 giugno 2024

La promessa: si parte l’1 agosto. Secondo la premier “il protocollo farà da deterrenza alle traversate”. Con l’amico Edi Rama un’ora di attacchi alla stampa. I Centri in Albania apriranno il primo agosto. Lo ha promesso ieri la premier Giorgia Meloni durante la conferenza stampa con l’omologo Edi Rama, a margine del tour nelle strutture di Gjader e Shengjin. Lui altissimo, con la faccia seria, davanti alla bandiera rossa con l’aquila stampata sopra. Lei più piccola, con l’espressione concentrata, annuisce alle parole del partner politico o affila lo sguardo alle domande dei cronisti.

L’incipit è una lunga tirata contro i giornalisti italiani. Per Rama hanno dipinto l’Albania come un narcostato, arrivando a Tirana con notizie già scritte. “È un sollievo vedervi qui sani e salvi, in quest’area che è il cuore della malavita albanese, dove agiscono clan legati al traffico di esseri umani, secondo quello che ha scritto un quotidiano del vostro Paese”, dice. L’ironia che non riesce a dissimulare il fastidio per le inchieste sui presunti rapporti tra esponenti del suo governo e della criminalità organizzata albanese. Parla in italiano Rama “perché qui siamo in territorio italiano”. E in questa lingua ripete una frase sentita altre volte: “La mafia non esiste”. Lo direbbe la procura speciale secondo cui la criminalità di Tirana è organizzata su base familiare, senza la struttura gerarchica di Cosa nostra, Ndrangheta o Camorra. Meloni rinnova la solidarietà all’amico, vittima della macchina del fango, e ripete che le critiche sono legittime, “per carità”, ma i giornalisti devono stare attenti a non minare l’interesse nazionale quando in mezzo ci sono altri paesi. Quella di essere un nemico interno è un’accusa grave, anche se pronunciata con il sorriso.

È a metà del suo intervento, comunque, che la presidente del consiglio dichiara: “Vogliamo fare le cose per bene. Perché se funzionerà, e funzionerà, inaugureremo una fase completamente nuova nella gestione del problema migratorio. L’accordo potrebbe essere replicato in altri paesi e diventare parte di una soluzione strutturale”. È questa la vera partita che Meloni sta giocando. Non è detto che riuscirà a portarla a casa, ostacoli e punti oscuri non mancano: come quel mare dove i migranti non sono “irregolari” ma “naufraghi” e le operazioni di screening risultano particolarmente complesse, o quei giudici che hanno mandato alla Corte di giustizia Ue la norma sul trattenimento e contestano la definizione governativa di “paesi sicuri”. Se non funzionasse avrebbe dei capri espiatori, in caso contrario segnerebbe un gran colpo. Meloni sa di avere le spalle coperte a livello europeo perché la volontà di esternalizzare le pratiche d’asilo è trasversale agli schieramenti e ben vista anche in Germania. Lo testimonia la lettera con cui 15 paesi Ue, su 27, hanno chiesto di usare hub nei paesi terzi. Modello Meloni-Rama.

Per questo la premier non intende badare a spese. È convinta che i soldi necessari, cita 670 milioni ma siamo già sul miliardo, non siano perdite ma “investimenti”. Il cui rendimento atteso è la diminuzione dei flussi, secondo la teoria della “deterrenza” alla base delle strategie migratorie del governo. Funziona così: rendo sempre più difficile e costoso raggiungere l’Italia - finanziando i regimi nordafricani, ostacolando il soccorso in mare o mandando le persone in Albania - affinché sia sempre meno conveniente partire.

Il protocollo permette di settare il modello sulla categoria dei migranti provenienti dai paesi definiti “sicuri” per decreto. Solo loro saranno portati oltre Adriatico: per adesso le procedure d’asilo in stato di trattenimento non riguardano altri casi. Recentemente l’esecutivo ha esteso la lista da 16 a 22 stati, includendo Egitto e soprattutto Bangladesh, il nuovo obiettivo delle destre sul fronte sbarchi e su quello dei decreti flussi. Il paese è in testa a entrambe le classifiche e per il governo questo dipende dalle reti criminali, non dalle condizioni di vita in quel lembo di Asia. Meloni fa i conti: nel 2024 sono sbarcati 11mila migranti dai paesi sicuri. Tolta una metà di possibili vulnerabili, tutti gli altri sarebbero potuti esseri rinchiusi nei centri in Albania, se fossero stati a pieno regime.

Né Meloni né Rama spiegano cosa succederà a chi non ottiene l’asilo, ovvero come e da dove sarà rimpatriato. Non c’è ancora chiarezza neanche su luogo e modalità degli screening per separare i migranti in base a provenienza e vulnerabilità. Si sa solo che la nave privata noleggiata dal Viminale dal 15 settembre farà da “hotspot fluttuante” e coprirà le spalle alla marina, che potrebbe essere necessaria altrove nel complicato scenario mediterraneo. Fino a quel giorno, comunque, i trasferimenti li faranno le navi militari italiane.