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di Luigi Manconi


La Repubblica, 7 ottobre 2020

 

Si può dire che, con il decreto appena approvato, i migranti e i profughi tornino a essere quelle persone in carne e ossa che sempre sono state: l'esito ultimo di un mondo attraversato da iniquità e sperequazioni. I provvedimenti del precedente governo avevano collocato in una dimensione criminale le vittime di questa tragedia economica, ambientale e politica, riducendole a problema di ordine pubblico, a minaccia sociale e, infine, a fattispecie penale.

Dunque, il nuovo decreto costituisce un significativo atto di rinnovamento, che interviene su nodi cruciali dell'intero sistema. Viene ripristinata quella che era la protezione umanitaria, ora definita "speciale", per chi nel proprio Paese rischierebbe "trattamenti inumani o degradanti", e viene introdotto il divieto di espulsione in caso di violazione dei diritti umani nel luogo di origine; e in relazione al livello di integrazione raggiunto in Italia.

Pertanto, non si potrà rimpatriare, salvo motivi di sicurezza nazionale, chi si sia inserito nel tessuto sociale del nostro Paese. Coerente con questa impostazione è la norma che prevede la convertibilità dei permessi di soggiorno in permessi di lavoro per motivi di calamità, residenza elettiva, acquisto cittadinanza o apolidia, attività sportiva e lavoro artistico, confessione religiosa e assistenza ai minori.

Ancora in linea con un progetto complessivo di integrazione, si investe nuovamente sul Sistema di protezione richiedenti asilo e rifugiati (Sprar), ora accessibile anche ai richiedenti asilo, ripristinando i servizi destinati all'inclusione, come l'assistenza sociale, quella sanitaria e psicologica, la mediazione linguistico-culturale, i corsi di italiano, i servizi di tutela legale e, per i rifugiati, quelli di orientamento al lavoro e alla formazione professionale. Si tratta di un passaggio decisivo.

La misura più sciagurata dei cosiddetti decreti Salvini era stata proprio il drastico ridimensionamento del sistema Sprar, che aveva sortito l'effetto di precipitare un numero crescente di stranieri in una condizione di marginalità, interrompendo un faticoso processo di inserimento sociale e incrementando l'insicurezza pubblica.

Operare in senso esattamente opposto, ampliando e rafforzando il sistema dell'accoglienza diffusa, basata sulla distribuzione degli stranieri per piccoli gruppi all'interno delle comunità locali, è la sola prospettiva capace di favorire la convivenza tra residenti e stranieri. E l'unica in grado di rendere l'immigrazione una reale opportunità sotto il profilo demografico, economico-sociale e culturale, riducendo per quanto possibile i conflitti interetnici.

Importante: l'attività delle Ong del soccorso in mare viene liberata dal pesante pregiudizio negativo che ne oscurava l'operato, riconoscendone - fatte salve alcune condizioni - il ruolo essenziale nel salvataggio dei naufraghi. Si tratta di una questione vitale. Non penso solo al richiamo a quella che viene definita la "legge del mare", mi riferisco all'irrinunciabile diritto-dovere al soccorso quale principio fondativo del vincolo di reciprocità, del legame sociale e della stessa comunità umana.

Insomma, il mutuo aiuto in stato di pericolo come l'atto costitutivo della nostra idea di società. Certo, il decreto presenta anche limiti e punti critici, come quello relativo ai tempi di conclusione della pratica per la richiesta di cittadinanza e quello che rende più rapide - quindi più sbrigative e superficiali le procedure di richiesta asilo alla frontiera. Ma resta la complessiva validità dell'impianto normativo.

Va detto, infatti, che il modello-Salvini, presentato come realistico e, perciò stesso, efficace, si è dimostrato fallimentare: esso inseguiva la distopia di una velleitaria fortezza-Italia, rivelatasi drammaticamente impotente a concludere accordi con i Paesi di emigrazione e a controllare sia gli sbarchi informali (quelli dei cosiddetti "barchini"), che i flussi da rotte diverse da quella del Mediterraneo.

Da oggi è possibile realizzare una politica dell'immigrazione più razionale, da collegare al negoziato - assai impervio - con l'Unione Europea, per un programma di effettiva e obbligatoria ricollocazione di chi sbarca in Italia. Per farlo, sarebbe bene superare le arretratezze e le pesanti cautele che ancora gravano sul testo del nuovo decreto. Uno slancio maggiore e un atto di fiducia negli italiani (e negli stranieri) non sarebbero segni di imprudenza, bensì di oculata saggezza.