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di Costantino Cossu

Il Manifesto, 18 febbraio 2026

La notizia risale allo scorso 9 febbraio, ma il fatto che se ne sia venuti a conoscenza solo l’altro ieri la dice lunga su che cosa sono i Cpr, specie quelli che non si trovano nelle grandi città, lontani dai circuiti della comunicazione. Nel pomeriggio del 9 febbraio alcune delle persone trattenute nel Cpr di Macomer, in provincia di Nuoro, per protestare contro le condizioni in cui sono costrette a vivere, hanno appiccato un incendio in uno dei quattro blocchi in cui è diviso l’ex carcere che ospita il centro di permanenza. Negli altri blocchi una buona parte dei migranti (in tutto quasi 50) ha dato vita a una protesta rumorosa battendo oggetti. Sono intervenuti i poliziotti che fanno parte del presidio permanente che dentro il Cpr. Con la forza hanno fatto sgomberare tutti e quattro i blocchi, in attesa che venisse spento l’incendio.

Tutti i migranti sono stati fatti scendere in cortile e lì sono rimasti, sotto un maestrale gelido, sino a quando le fiamme non sono state domate. Pare - ma non è certo perché è difficilissimo avere notizie dalla cooperativa che gestisce il Cpr - che almeno un ospite della struttura abbia dovuto ricorrere a cure mediche presso il pronto soccorso dell’ospedale di Nuoro. Certo è, invece, che un gruppo ristretto di migranti - quelli considerati promotori dell’azione di protesta - sono stati trasferiti nei giorni scorsi in altri Cpr al di là del Tirreno, per l’esattezza a Trapani.

A denunciare i fatti è l’Assemblea No Cpr Macomer, un collettivo informale che fa parte della Rete nazionale No Cpr che si batte, in condizioni sempre molto difficili, per portare alla luce le violazioni dei regolamenti e delle norme di legge che in tutta Italia vengono compiute nei centri. “Mentre il governo italiano - dicono i militanti sardi No Cpr in un documento - si prepara a spingere sempre più in là il limite della violenza contro i migranti attraverso un ddl sull’immigrazione che aggiunge infamia a leggi già oggi indegne di un paese civile, dobbiamo ancora una volta fare luce su quello che succede nel Cpr di Macomer”.

Situazione sanitaria precaria, alimentazione scadente, inattività con relativi problemi psicologici anche gravi e conseguente uso improprio di sedativi, comunicazioni con l’esterno ridotte al minimo, nessuna certezza rispetto alle prospettive future, episodi di autolesionismo ricorrenti sono stati denunciati in passato dalla garante sarda per i detenuti, Irene Testa, e dalla deputata di Avs Francesca Ghirra. Un anno fa la Rete italiana No Cpr ha diffuso un dossier sul centro di Macomer dal quale esce un quadro che dire allarmante è poco. Ghirra ha presentato un’interrogazione alla Camera.

D’altra parte, il problema va al di là del caso sardo. È, ovviamente, generale. “Da anni - si legge nel documento di denuncia diffuso dagli attivisti di Macomer - richiamiamo l’attenzione su quanto sia intrinsecamente violenta e degradante la creazione dei campi di concentramento per migranti che vanno sotto il nome di Cpr, l’inevitabile clima di violenza, sopruso e di omertà che è essenziale per il funzionamento di queste strutture. Lo scopo dei Cpr non è rimpatriare i migranti, ma negare la loro dignità umana. I primi a saperlo sono i migranti stessi ed è per questo che vivono l’internamento con disperazione, ma anche con enorme rabbia. I Cpr sono la punta di lancia di un sistema repressivo. Per questo dobbiamo mobilitarci in maniera forte e determinata per chiudere i Cpr definitivamente e porre fine a questa spirale di violenza e disumanità senza fine”.