di Alessia Candito
La Repubblica, 10 maggio 2025
Sbarcata a Crotone, l’attivista e regista curdo-iraniana ha dovuto attendere quasi un anno per ritrovare la libertà. Ma per il tribunale di Crotone che l’ha assolta, contro di lei non ci sono mai stati elementi. Dichiarazioni inattendibili e non utilizzabili, conversazioni non riscontrate, testimoni irreperibili. Maysoon Majidi, regista e attivista curdo iraniana, è stata assolta dall’accusa di essere una “scafista” e liberata dopo trecento giorni carcere, ma per i giudici non avrebbe mai dovuto metterci piede. Fin dal principio non c’erano elementi per accusarla. Lo affermano i giudici di Crotone nel motivare la sentenza con cui l’hanno assolta con formula piena dall’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.
Non solo, spiegano, “si è rivelata totalmente infondata” l’ipotesi inizialmente formulata nel capo di imputazione: aver lavorato come mozzo di Akturk Ufuk, capitano del veliero reo confesso e che da subito l’ha scagionata.
Anche quella più lieve, una collaborazione non remunerata, proposta dalla pm Rosaria Multari quando l’impianto accusatorio è crollato in aula, per il tribunale è totalmente inconsistente. “Poggia su elementi di prova che si sono rivelati di per sé inadeguati, non precisi o non concordanti”, si legge nelle carte, “e risulta smentita da altre evidenze, non trascurabili, che inducono per un’ipotesi alternativa favorevole all’imputata”.
Contro Maysoon, ricordano con severità i giudici, sono state utilizzate le testimonianze di due compagni di viaggio, che “in quanto rese da soggetti indagati o indagabili di reato connesso non possono essere di per sé considerate attendibili”. E per di più, si ricorda, sono state fornite in circostanze molto strane, o quanto meno curiose. Uno avrebbe personalmente segnalato Maysoon al mediatore della Questura, offrendosi volontario per tenderle una specie di trappola. L’altro sarebbe stato “selezionato fra i testimoni più collaborativi”.
Peccato che, sottolineano i giudici, “le dichiarazioni dei testimoni non risultano riscontrate” non solo da altri soggetti migranti, ma anche “da dati oggettivi: foto, video, comunicazioni telefoniche”. Anzi, quelle la scagionano. Anche quella fuga su un tender al momento dello sbarco - per l’accusa, la prova regina contro Maysoon - per il tribunale non è in alcun modo utile a provare che Maysoon facesse parte o avesse collaborato all’organizzazione di quel viaggio: “L’intendimento dei cinque fuggiaschi e in particolare dell’odierna imputata”, sottolinea il Tribunale, non era “sottrarsi all’arresto conseguente a una condotta illecita di scafista, ma di sottrarsi al controllo di frontiera in Italia (e relativa acquisizione di impronte digitali) al fine di chiedere asilo o permesso di soggiorno in Germania”. E mai Maysoon ha nascosto di voler raggiungere i familiari che lì da tempo si sono stabiliti.
I video che la ritraevano sorridente nei pressi della costa - anche questi, per la pm Multari, una prova di colpevolezza - per il tribunale sono semplicemente “realizzati in un contesto di euforia e libertà di movimento per l’imminente approdo sulle coste italiane”. Con quei filmati, spiegano, “l’imputata, per lo più in compagni a del fratello, manifestava il suo stato di entusiasmo e di sollievo, nonché di gratitudine per essere giunta sana e salva”. E il selfie che la ritrae insieme al capitano Aktuk, come la foto che li ritrae mentre si tengono per mano “possono essere ragionevolmente letti nella cornice di una semplice amicizia nata tra i due nel corso della navigazione”. Traduzione, contro Maysoon non c’era nulla di solido, consistente, provato, gli elementi dell’accusa era “non precisi e discordanti”. Eppure per 300 giorni è rimasta in un carcere che l’ha consumata portandole via la serenità, la salute, sedici chili. Ma non la voglia di combattere.











