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di Annalisa Cuzzocrea

La Stampa, 29 maggio 2024

Maysoon Majidi pesa 40 chili. È in un carcere italiano da cinque mesi. Da due giorni è in sciopero della fame. E noi che abbiamo organizzato manifestazioni e tagliato ciocche di capelli gridando “Vita donna libertà” nemmeno lo sappiamo. Noi che abbiamo chiesto stentorei agli ayatollah di lasciare libere le donne iraniane di fare la loro vita, vestire come vogliono, sciogliere i capelli, cantare e danzare, teniamo in una cella una di loro con l’accusa - tutt’altro che comprovata - di essere “una scafista”.

Le nostre leggi sull’immigrazione permettono questo. Permettono di arrestare una donna - una regista e attivista iraniana conosciuta anche all’estero per il suo lavoro - perché due delle persone che viaggiavano con lei sul barchino che li ha portati in salvo l’avrebbero indicata come “vice-scafista”. Il presunto “capitano”, arrestato anche lui, l’ha scagionata. I presunti testimoni, i due uomini che l’avrebbero accusata e subito dopo sono fuggiti, erano stati interrogati con l’aiuto di un mediatore che parlava arabo. Peccato che loro parlassero solo farsi. Quelle stesse persone, rintracciate in Germania, hanno detto che non è vero, non è una scafista, sono stati spinti a dire così, sono pronti a testimoniare.

“La procura non li chiama. Ha chiamato una volta, era occupato, poi non ha più ritentato”, racconta Laura Boldrini, che prima di essere deputata del Pd ed ex presidente della Camera è stata a lungo portavoce dell’Unhcr, l’agenzia Onu per i rifugiati. Ha parlato con Maysoon, sa come si intervista un richiedente asilo, è convinta della sua innocenza. Nel frattempo sono passati cinque mesi. Centoquarantotto giorni. Maysoon Majidi ha perso 14 chili, adesso non mangia e non comprende nemmeno perché la stiano tenendo lì, in Calabria, nel carcere di Castrovillari. Se gli scafisti sono, come spesso accade, persone che non possono permettersi il viaggio organizzato dai trafficanti e che per questo vengono convinti a guidare la barca, è difficile che Maysoon Majidi lo sia perché è riuscita a dimostrare tutti i pagamenti fatti. Suo fratello era con lei e ce l’ha fatta: ha raggiunto la Germania. Il padre, professore universitario, ha venduto tutto, casa compresa, pur di farli partire. Curdi in Iran, per giunta attivisti per i diritti delle donne. A chi bisognerebbe dare rifugio in Italia, se non a loro?

Non sono bastate le prove dei pagamenti, non è bastato dimostrare che le traduzioni dei testimoni dal farsi sono state pasticciate, neanche per ottenere gli arresti domiciliari. Maysoon resta in carcere perché - sarebbero queste le prove - sulla barca aiutava a distribuire i pasti. E perché all’arrivo ha mandato un messaggio al padre dicendo “siamo salvi”. Era il segnale che sbloccava altri soldi per i trafficanti veri. Quelli che sulle barche non salgono, quelli che non siamo andati a inseguire “per tutto il globo terracqueo” dopo la tragedia immane di Cutro come il governo aveva promesso. Li abbiamo lasciati comodi a fare i loro affari mentre mettiamo in prigione persone come Maysoon o come Marjan Jamali, iraniana anche lei, fuggita con un figlio di 8 anni che le è stato tolto appena arrivata. Marjan è ai domiciliari da due giorni. Prima, aveva cercato di togliersi la vita. Ad accusarla di essere l’”aiuto-capitana” sono stati con ogni probabilità gli stessi uomini che durante il viaggio avevano cercato di abusare di lei.

C’è qualcosa che non torna, nella facilità con cui mettiamo in prigione donne - ragazze - fuggite da un regime che diciamo di aborrire. C’è molto, moltissimo che non torna nelle leggi che dovremmo aver fatto per contrastare l’immigrazione illegale e che rischiano invece di generare solo nuovo dolore e nuove ingiustizie. Lasciamo che Maysoon e Marjan provino la loro innocenza fuori da una cella. “Donna, vita, libertà” è un urlo che dovrebbe valere sempre per le ragazze iraniane cui abbiamo promesso una solidarietà vuota, se non ci sentiamo neanche in dovere di dar loro rifugio.