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di Luciana Cimino

Il Manifesto, 2 novembre 2025

Intervista a Steve Purbick, responsabile dei programmi di Msf in Libia. Non c’è più nessuna ong in Libia a occuparsi della sopravvivenza dei migranti. All’ultima rimasta, Medici senza Frontiere, il ministero degli Esteri di Tripoli ha inviato lo scorso 29 ottobre una lettera con l’intimazione di lasciare la Libia occidentale entro il 9 novembre. “È stato uno shock”, racconta al manifesto Steve Purbrick, responsabile dei programmi di Msf in Libia.

 Quali motivazioni vi sono state date dal governo di unità nazionale guidato da Abdul Hamid Mohammed Dbeibeh?

Per ora nessuna. Abbiamo chiesto le ragioni di questo atto al ministero degli Affari Esteri, ma non ci ha risposto. Quando abbiamo ricevuto la lettera abbiamo chiesto chiarimenti anche alla Commissione per la Società civile e risultiamo legalmente registrati e autorizzati a lavorare in Libia. Le nostre attività lì erano state sospese già a marzo ma avevamo capito informalmente che ci sarebbe stato permesso di riaprire, quindi questa comunicazione è arrivata del tutto inaspettatamente. Tutto il processo è stato poco trasparente.

 L’espulsione di Mfs arriva in un contesto già maldisposto verso le organizzazioni umanitarie. Lo scorso aprile l’Agenzia per la sicurezza interna (Asi) libica aveva chiesto la sospensione delle attività di dieci organizzazioni umanitarie internazionali accusate di “azioni ostili”. Tra cui, oltre a Msf, l’italiana Cesvi e Terres des Hommes...

Il governo di Tripoli ha sostenuto anche che le ong stavano cercando di “insediare migranti di origine africana” senza fornire alcuna prova al riguardo. Il procuratore generale ha emesso un parere favorevole alle organizzazioni non governative a luglio, affermando che non c’erano problemi e che avrebbero potuto riprendere le attività nel giro di qualche mese. Proprio quando abbiamo avuto la sensazione che il problema stava per essere risolto, abbiamo ricevuto questa nuova sospensione. È chiaro che si tratta di una repressione che ha motivi politici: tra tagli drastici ai finanziamenti per gli aiuti internazionali e il rafforzamento delle politiche di frontiera europee in collaborazione con le autorità libiche, non ci sono più ong internazionali che forniscono assistenza medica ai rifugiati e ai migranti nella Libia occidentale. Eravamo gli ultimi rimasti.

 Qual era l’attività di Msf in Libia?

Nel 2024 abbiamo effettuato oltre 15 mila visite mediche a migranti e libici. Abbiamo assistito a casi molto estremi a causa della tratta di esseri umani, della ripetuta detenzione e tortura di migranti e rifugiati. Ma facevamo anche assistenza sanitaria riproduttiva e in particolare cure per la tubercolosi per la popolazione locale. In collaborazione con il ministero della Salute avevamo aperto l’unico servizio di degenza per questa malattia in diverse città. Da quando siamo stati costretti a sospendere le nostre attività a marzo, e poi a ritirarci, le unità contro la tubercolosi hanno registrato almeno 18 decessi su 40 ricoveri. Quindi, senza il nostro supporto tecnico la qualità dell’assistenza è peggiorata. E ci sono lacune sostanziali nell’assistenza sanitaria pubblica. Abbiamo anche ricevuto segnalazioni di alcuni ospedali che sono stati sommersi dai migranti che si sono presentati per le cure perché non avevano altre alternative per ricevere assistenza medica. E abbiamo report sui decessi di migranti nei pronto soccorso, sulla negligenza nelle cure e l’incapacità degli ospedali di rispondere. In definitiva, ci sono delle conseguenze per il sistema sanitario libico nel suo complesso, non solo per i migranti.

 Come pensate di uscire da questa situazione?

Stiamo ancora cercando di interagire con le autorità di Dbeibeh e speriamo ancora di riuscire a risolvere questo problema. Anche se fino a ora non abbiamo ricevuto alcuna comunicazione, né ufficiale né ufficiosa. Msf lavora in Libia dalla rivoluzione del 2011, quando conducevamo evacuazioni in barca da Misurata a Tunisi. Eravamo lì durante il Covid e durante l’alluvione di Derna che ha causato migliaia di morti e sfollati. Crediamo che Msf abbia ancora un ruolo importante da svolgere in Libia, che non è un paese sicuro per i migranti e i rifugiati. Noi siamo pronti a impegnare le nostre risorse in vista di un afflusso di almeno mezzo milione di rifugiati sudanesi mentre l’Italia e la Ue continuano a interagire con i responsabili di violenze e torture.