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di Ilario Lombardo

La Stampa, 12 novembre 2024

I tempi lunghi complicano i piani. La premier: attendere le sentenze europee sui Paesi sicuri. L’incognita del Quirinale: senza un chiarimento in Ue Mattarella potrebbe opporsi. Quando il ministero dell’Interno aveva annunciato il ricorso in Cassazione, il 22 ottobre scorso, Matteo Piantedosi, come tutti gli altri colleghi del governo, si era detto fiducioso che i giudici del Palazzo di Piazza Cavour avrebbero dato presto un responso. E che sarebbe stato favorevole al modello Albania.

L’attesa era per gli inizi di dicembre. Nel frattempo il governo si era subito organizzato con il primo strumento legislativo a disposizione, e scatenando l’ira delle opposizioni aveva trasformato il decreto sui Paesi sicuri per i rimpatri in un emendamento del decreto flussi, già in conversione in Parlamento. Ora invece i tempi si allungheranno di nuovo. Perché i magistrati della sezione immigrazione che hanno imposto il trasferimento in Italia dei sette migranti, hanno formalmente chiesto che sia la Corte di Giustizia dell’Unione europea ad esprimersi per sciogliere - si spera definitivamente - ogni dubbio giuridico se l’Italia abbia il diritto di decidere in totale autonomia quali Paesi considerare sicuri.

“Il blitz dei giudici romani”, come viene definito da tutte le fonti di governo consultate, questa volta riguarda i tempi. Si intravede una malizia nella nuova sentenza del tribunale della capitale. Mettere nelle mani dei colleghi del Lussemburgo l’ultima parola sulla legittimità dei centri in Albania vuol dire portare la contesa giuridica a un livello giuridico superiore rispetto alla Cassazione. Secondo Giorgia Meloni è diventato “ormai chiaro” che i giudici lavorano “secondo considerazioni politiche” e stanno facendo di tutto, spiegano da Palazzo Chigi, per dilatare i tempi, “e prenderci per sfinimento”.

Per il momento il governo non cambierà nulla dell’impianto messo in piedi con Tirana. E l’ordine di Meloni, che attraverso il sottosegretario Giovanbattista Fazzolari plana sulle chat dei parlamentari, è esattamente questo: “Continuiamo fino a che non ci sarà la sentenza”. Senza minimamente pensare ai costi, e all’impegno di chi dovrà portare i migranti sulle navi fino in Albania e poi imbarcarli di nuovo e trasferirli in Italia.

Alla Corte di Giustizia europea il Viminale porterà le sue controdeduzioni. Al netto della rabbia contro i giudici, perché si allungherà l’attesa di una risposta definitiva, il governo è abbastanza ottimista. La strategia comunicativa studiata da Fazzolari si basa su una premessa: è convinzione della destra italiana che la recente sentenza dei giudici del Lussemburgo affermano che è competenza degli Stati designare i Paesi sicuri per i rimpatri. Almeno fino a quando il nuovo Patto dell’Unione sulla migrazione, frutto di un lungo lavoro della scorsa legislatura, non imporrà il contrario. E cioè che a prevalere sarà una lista unica valida per tutti i membri dell’Ue.

Per l’Italia Egitto e Bangladesh sono Paesi sicuri. La definizione di cosa sia un Paese sicuro è frutto di un procedimento complesso affidato a uffici dei ministeri della Giustizia e degli Esteri che, sulla base di informazioni sensibili, si dedicano proprio a questo. Nel caso dell’Egitto, poi, c’è una frequentazione commerciale e turistica tra i due governi, che per Meloni è la prova del fatto che non possa essere considerato insicuro, nonostante la premier conosca bene lo stato deteriorato del regime di Abdel Fattah al-Sisi, la persecuzione degli oppositori e lei stessa in passato si sia espressa contro la violazione dei diritti umani.

I tempi più lunghi complicano certamente i piani di Meloni che pensava di risolvere in fretta, attraverso un’integrazione normativa in corsa, la questione dei centri di Schengjin e Gjiader. Sul medio periodo la premier punta molto sulla nuova Commissione europea, sulla sponda che le ha offerto la presidente Ursula von der Leyen su una svolta nelle politiche migratorie, e sulla presenza del fedelissimo Raffaele Fitto al tavolo di comando dell’esecutivo Ue. Sul più breve periodo però la premier teme altro. e guarda al Quirinale.

Se il decreto con i Paesi sicuri andrà in conversione, come sembra, senza un pronunciamento della Corte Ue, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella potrebbe anche fermare tutto. Di fronte a sé il Capo dello Stato avrebbe due strade. Potrebbe respingere l’intero decreto finché non verrà stralciata la parte sui rimpatri sicuri. Oppure fare come fece nel caso della lunga contesa sulle concessioni balneari, quando il governo piazzò nel Milleproproghe un ulteriore rinvio, pur di non adeguarsi alle norme europee. Mattarella inviò una lettera dove mise per iscritto i propri rilievi ed espresse le proprie perplessità sull’ennesima proroga, chiedendo di correggere una legge che era contraria al diritto europeo.