di Marika Ikonomu
Il Domani, 16 marzo 2025
Molti bambini e ragazzi, nati o cresciuti in Italia, devono rinunciare a gite scolastiche, stage, viaggi con le famiglie affidatarie, per un problema amministrativo. Le testimonianze dei genitori: “Una discriminazione”. Non hanno la cittadinanza italiana, non sono registrati alla nascita nel paese di origine dei genitori, non sono apolidi. È un limbo amministrativo in cui si trovano molti minori, nati o cresciuti in Italia, in affido in diverse famiglie. Una condizione di invisibilità che spesso porta i bambini e le bambine a non sentirsi pienamente parte della comunità in cui vivono e sono cresciuti, ad avere meno possibilità e sentirsi discriminati, nonostante l’affido sia una presa in carico da parte delle istituzioni. Non possono uscire dal territorio italiano, andare in gita all’estero, viaggiare con le famiglie affidatarie e devono rinunciare alle opportunità per un problema amministrativo.
“Nei cinque anni di affido è emerso che nostro figlio non ha cittadinanza né passaporto e non è registrato nel paese di origine”, spiega Samuele Corsi, padre affidatario di un ragazzo di 13 anni, nato in Italia da genitori di origine extra Ue. Vivono in Toscana e, continua, “per quanto noi possiamo renderlo uguale agli altri nostri figli, è una discriminazione, è l’unico a non poter uscire dall’Italia”. Uno studente su otto in Italia non ha la cittadinanza Invisibili Nel nostro paese, in base ai dati più recenti pubblicati dal ministero del Lavoro, i minorenni in affidamento familiare nel 2024 erano 12.733.
Circa il 23 per cento ha cittadinanza straniera. “Mancano però dati pubblici sui minori non registrati nei paesi di origine. Di fatto rimangono invisibili”, spiega Anna Guerrieri, presidente del coordinamento Care, una rete nazionale di 40 associazioni adottive e affidatarie. Solo qualche giorno fa il parlamento ha approvato una legge che introduce un database unico con l’elenco di famiglie affidatarie, comunità e istituti che accolgono i minori. Per Guerrieri, può essere d’aiuto ma “servirà tempo per i decreti attuativi”, mentre è necessaria una soluzione rapida per queste famiglie. Il coordinamento ha ricevuto molte segnalazioni in tutta Italia. “L’impatto è forte perché lascia il minore e l’intera famiglia in una situazione di incertezza. Diventa limitante e logorante”, aggiunge.
La mancata registrazione da parte dei genitori biologici può derivare da una serie di fattori. Nel percorso migratorio c’è il timore di rivolgersi alle autorità consolari o italiane per una situazione di irregolarità, o la complessità delle procedure amministrative. “Ma davvero non potete più fare nulla per me?”, ha chiesto il figlio a Corsi, quando voleva partire per un viaggio di istruzione. Una parte della famiglia vive in Svizzera ma non può andare a trovarla. “Piccole cose che però escludono. In famiglia, nello sport, a scuola”. Non accade solo con i paesi extra europei. Antonella Cozza ha accolto un bambino di cinque anni e mezzo nel 2019. “Ci siamo resi conto del problema solo con l’occasione di un viaggio a Londra”, racconta, pensando che le origini rumene aiutassero a ottenere senza problemi il passaporto per l’espatrio. Invece, il consolato ha rilevato la mancata registrazione in Romania: “Per loro mio figlio non esiste”.
Integrazione a ostacoli, le reti che colmano i vuoti della scuola “Chi sono io?” “Chi sono io? Quando ci sarà spazio anche per me?”, sono le domande che pone spesso il figlio affidatario a Daniela Bruscino. Ha avuto l’affidamento nel 2021, quando lui aveva quasi 12 anni. Oggi ne ha 17, frequenta la scuola alberghiera e voleva lavorare durante l’estate. “Ci hanno chiesto di assumerlo, eravamo felici che potesse avere un riscatto, ma abbiamo scoperto che serviva un permesso di soggiorno”, racconta Bruscino. Se fino a quel momento la famiglia era riuscita a muoversi con il decreto di affidamento - in ospedale e a scuola - ora non ha la possibilità di lavorare. È nato in Germania, ha origini Rom, non ha cittadinanza, né è registrato e sulla carta di identità è considerato apolide, ma l’apolidia non gli è stata riconosciuta. “Ha una storia di abbandono”, racconta, “una famiglia potrebbe avviarlo verso un futuro, ma lo Stato dice che non esiste.
Non viaggiamo da cinque anni e non potrà fare stage all’estero”. L’identità italiana va oltre un fumoso concetto di Patria L’impatto psicologico è presente anche quando il minore ha la cittadinanza straniera. Lorenzo Calucci, avvocato, ha un bambino affidatario di nove anni di origine nigeriana. Ha un passaporto, ma essendo in affido non possono portarlo con loro all’estero. “Vorremmo far fare delle esperienze ai nostri figli per la loro migliore crescita, ma il sistema non lo permette”, racconta Calucci. Philip (nome di fantasia) ne è consapevole: “Il bambino affidatario sa da dove viene, si domanda perché i genitori biologici non siano riusciti a tenerlo”, spiega. Ha lavorato molto sul concetto di famiglia allargata, “una comunità accogliente”, in cui “ognuno mette il suo per far crescere al meglio il bambino”.
È il principio dell’affido, ma - dice l’avvocato - il sistema pur promuovendo l’istituto, non lo integra a pieno. Le contraddizioni di Roccella sugli affidamenti dei bambini La politica Queste famiglie chiedono che la politica intervenga “urgentemente”. Corsi si è rivolto alle istituzioni - Quirinale, ministeri, prefetture - e a parlamentari e governo chiedendo una coalizione di maggioranza e opposizione per i diritti dei minori. In parlamento le opposizioni hanno presentato interrogazioni e un’interpellanza a firma di Federica Onori (Azione), che ha organizzato una conferenza stampa oggi alla Camera. Finora non sono arrivate risposte risolutive dal governo, ma Guerrieri si dice fiduciosa: “Bisogna capire il fenomeno nella sua interezza e capire se sia meglio una via d’uscita amministrativa o legislativa, intervenendo sulla legge sull’affidamento del 1983”.









