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di Simona Musco

Il Dubbio, 24 settembre 2026

Presentato il report della Garante per l’Infanzia Marina Terragni: per i minori soli serve prossimità, non respingimenti. E sul tetto agli stranieri in classe parla di “buonsenso”. Accogliere, non marginalizzare. È questo l’antidoto alla devianza dei minori stranieri non accompagnati. Una conclusione a cui giunge l’indagine promossa dall’Autorità Garante per l’infanzia e l’adolescenza, che esplora le traiettorie dei giovani stranieri nel circuito della giustizia minorile in Italia. Il report - presentato nella sede dell’Autorità e approfondito oggi al centro congressi Cavour durante un incontro dedicato alla tutela volontaria e all’accoglienza familiare - ha offerto la base per affrontare con la Garante Marina Terragni anche il tema delle nuove norme per gli alunni stranieri. A partire dal tetto del 30% per classe: “Mi pare una proposta di perfetto buon senso, anche se la dialettica tra i partiti lo fa svanire”, ha dichiarato Terragni. “Il tema è la lingua, non l’etnia. Come indicano le ricerche che individuano nel 30% la quota ideale, con un limite le cose funzionano meglio sia per chi deve imparare l’italiano, sia per chi deve svolgere il programma. Resta il tema delle modalità di attuazione di quella che finora è stata solo una circolare e un auspicio di governi di ogni colore”.

Nessun dubbio invece sul divieto di niqab e burqa a scuola, definito “uno strumento di tortura e di dominazione di un sesso sull’altro. L’anno scorso mi sono occupata di una scuola di Monfalcone dove un gruppo cospicuo di bambine entrava coperto, veniva identificato in un’aula riservata e poi si rimetteva il velo sul viso prima delle lezioni. Non può essere accettato: impedisce una corretta socializzazione e integrazione”. Tornando al report, la Garante ha spiegato la necessità di “analizzare la realtà”, evitando sia la “criminalizzazione” sia “l’angelicazione” dei minori non accompagnati. Sono 14.000 i ragazzi arrivati in Italia senza genitori, quasi tutti maschi. Tra questi, i comportamenti criminali si verificano tra il 10 e il 20% dei casi, per lo più tra egiziani e tunisini. “Una percentuale piuttosto significativa”, ha evidenziato Terragni che ha poi aggiunto un dettaglio importante: i tre quarti degli operatori individuano nella vulnerabilità e fragilità individuale (spesso legata a traumi del viaggio e uscite precoci dai percorsi di tutela) il fattore predisponente principale al reato. “Sono dei calvari”, ha evidenziato Terragni, che ha individuato un possibile effetto protettivo nel circuito Sai (Sistema di accoglienza e integrazione) per minori, grazie a una presenza educativa più strutturata e alla vicinanza dei servizi territoriali rispetto alla prima accoglienza (Cas).

Accogliere, dunque, è una soluzione, non un problema. Mentre, dicono ad esempio i dati di Antigone, la permanenza nel circuito della giustizia minorile, aggravata dal sovraffollamento e da norme punitive, rischia di spingere i giovani verso la criminalità. Oltre il 63% del campione transita da un Istituto penale per i minorenni (Ipm) e quasi il 50% vi entra già al primo reato: per un Msna il rischio di finire in Ipm alla prima infrazione è fino a 16 volte superiore a quello di un coetaneo italiano e quasi 6 volte superiore rispetto ad altri minori stranieri. Eppure, quando la magistratura concede la messa alla prova (misura a cui accede il 27,5% dei minori stranieri, in linea con la media nazionale), circa la metà dei ragazzi conclude con successo il percorso.

“Quando si creano condizioni educative i risultati arrivano, altrimenti si aggravano le fragilità”, ha sottolineato Terragni, richiamando il ruolo decisivo degli enti locali nel coordinare le risorse. Interpellata sulla tendenza politica a equiparare il minore all’adulto o a invertire l’onere di dimostrare l’incapacità di stare in giudizio, la Garante ha replicato che “è un tema interessante che merita riflessione, ma non si sovrappone del tutto” al tema della ricerca. Il punto centrale resta rafforzare l’accoglienza di prossimità per abbassare quel 10% di devianza: “Le relazioni reali sono la chiave di tutto”. A mancare, però, sono proprio le reti di supporto: due ragazzi su tre non hanno contatti con la famiglia d’origine e il 93% affronta il processo senza un tutore volontario effettivo (assente, non attivo o nominato altrove), pur sapendo che nei pochi casi in cui il tutore c’è (7,5%), la tenuta educativa migliora drasticamente.

Altra criticità riguarda l’accoglienza familiare, ferma al 4%, “un dato molto basso, anche se è evidente che quando un ragazzo viene accolto da una famiglia il suo percorso è sicuramente meno a rischio che in una comunità di accoglienza”. Senza reti stabili e tra continui trasferimenti logistici, il sistema resta schiacciato sull’urgenza e sul contenimento, trasformando il percorso penale in un fattore di ulteriore isolamento e marginalità. Un dato positivo c’è: il finanziamento, da parte del ministero dell’Interno, di ulteriori 3.202 posizioni nella rete Sai, di cui 500 a disposizione proprio per i minori stranieri non accompagnati. Ma sul fronte dell’accoglienza c’è ancora tanto da fare.