Corriere di Bologna, 21 settembre 2025
Ci sono sette famiglie, in questo momento, in tutta la città metropolitana che stanno accogliendo un minore o un neo maggiorenne straniero non accompagnato. Ragazzi e ragazze con il peso sulle spalle di viaggi migratori spesso lunghi e dolorosi, che dopo un periodo trascorso all’interno delle comunità sul territorio, ritrovano il calore familiare, seppur lontano dal Paese di nascita. Solo sette oggi quelli che possono giovare dell’abbinamento con una famiglia bolognese che ha deciso di aprirgli le porte di casa.
Un numero piccolo, dietro il quale però c’è un lavoro molto impegnativo degli operatori e dei servizi sociali, perché si creino le condizioni migliori sia per chi accoglie sia per chi è accolto. Dal 2016, quando è partito, il progetto Vesta, che vede la sinergia di Comune, Asp e Cooperativa sociale Cidas, ha permesso l’accoglienza in questa modalità di 130 ragazzi e ragazze migranti, attraverso l’attivazione di 16 percorsi formativi che hanno coinvolto 250 cittadini candidati a partecipare.
Il progetto è inserito nel Sistema di accoglienza e integrazione Sai, di cui è titolare il Comune di Bologna, e ha l’obiettivo di garantire supporto alle famiglie accoglienti, che siano nuclei di due, tre o più persone, o anche singoli, spinti dal desiderio di dare un po’ del proprio spazio e tempo ai ragazzi arrivati in Italia senza un adulto di riferimento. Gli altri vivono nelle strutture del sistema Sai, distribuite nella città metropolitana e gestite con il supporto di cooperative, associazioni, volontariato. In tutto, si contano 350 minori stranieri non accompagnati.
“I posti sono tutti pieni - fa sapere l’amministrazione - e appena qualche posto si libera si riempie di nuovo”. Il dato dei 350 è stabile da un po’ di tempo; a questi numeri si aggiungono altri 50 posti riservati ai minori soli all’interno dei Cas, centri di accoglienza straordinaria, gestiti direttamente dalla Prefettura. Qualcuno sbaglia, inciampa nelle maglie dell’illegalità, come la cronaca purtroppo racconta. Allora, il percorso di integrazione si fa ancora più complesso.
“I più abbandonati dall’Occidente”, li ha definiti così i minori stranieri non accompagnati finiti al carcere minorile, il cappellano del Pratello don Domenico Cambareri, in un’intervista al Corriere di Bologna. Una denuncia accorata, per richiamare l’attenzione sull’estremo bisogno di ascolto e di cura di chi, giovanissimo, affronta l’inimmaginabile per trovare il suo futuro altrove.











