di Alessia Candito
La Repubblica, 29 maggio 2024
Dopo mesi di carcere, ai domiciliari la mamma iraniana. Lo ha deciso il Riesame di Reggio Calabria. In sciopero della fame l’attivista curdo-iraniana in carcere con la medesima accusa. Per mesi nessuna delle due ha potuto fornire la propria versione per mancanza di mediatori. Sette mesi dopo l’ultimo abbraccio, Marjam Jamali potrà riabbracciare il figlio. E proprio grazie a lui il tribunale del Riesame di Reggio Calabria ha concesso alla donna, fuggita dall’Iran e da un marito violento che più volte l’ha ferita ma in Italia finita in carcere come “capitana”, gli arresti domiciliari con braccialetto elettronico. Da donna libera, il bimbo di 8 anni appena l’ha visto per l’ultima volta sulla banchina del porto di Roccella Jonica, al termine di una traversata complicata che sperava servisse a regalarle libertà lontano dall’Iran. Ha trovato solo il carcere, l’accusa infamante di aver fatto parte dell’equipaggio che ha gestito la traversata, un procedimento in una lingua che né conosce, né capisce, la solitudine. Il figlio lo ha visto solo dopo mesi, a margine delle udienze o nel parlatorio del carcere.
Niente mediatori, in carcere senza sapere perché - È successo quando, finalmente, è riuscita ad avere assistenza legale, a raccontare anche la propria versione dei fatti grazie a un mediatore linguistico con cui fosse in grado di intendersi davvero. In precedenza, lei iraniana di lingua farsi, aveva solo avuto modo di comunicare con un iracheno. Non ha capito neanche il suo nome, lei Marjam Jamali nei documenti è diventata Miriam Qaderi, nessuno si è disturbato neanche a chiederle di mostrare le foto del passaporto che aveva nel telefono. E sì che è stato analizzato. Paradosso, quando l’avvocato Liberati che oggi l’assiste ha tirato fuori la circostanza, ha rimediato anche un’accusa di false generalità. Ma questo è successo dopo. All’arrivo, quando è stata portata in questura e sentita, delle carte in arabo e italiano che nel tempo le hanno sottoposto e fatto firmare ha capito poco o nulla. Giusto qualche segno grafico.
“Accusata da uomini che ho respinto” - Solo mesi dopo ha capito che la giustizia italiana, senza mai davvero permetterle di capire cosa le stesse succedendo, le contestava accusa che pesano dai 2 ai 20 anni di carcere. E che a puntare il dito contro di lei erano stati gli stessi tre uomini dai quali si era dovuta difendere durante la traversata, durante la quale era stata identificata come preda di cui abusare. Si è salvata anche grazie a un uomo, iraniano come lei, che l’ha difesa e li ha allontanati. Al momento dell’arrivo, quegli stessi tre uomini - adesso, come spesso accade irreperibili - li hanno accusati di far parte dell’equipaggio.
Come sempre spariti i testi che l’accusano - Quando è riuscita a farsi intendere, sull’accaduto ha presentato formale denuncia e sul caso è stato aperto un fascicolo. Ma alla sua versione, i giudici del Riesame - che hanno esaminato la sua posizione nel procedimento in cui è indagata per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina - neanche adesso credono. Per loro, non ci sono prove a sostegno della sua storia di vittima di violenza domestica, neanche le cicatrici che porta addosso bastano. I tre che l’hanno accusata sono spariti, ma le loro dichiarazioni vengono prese per buone, mentre anche la ricevuta di pagamento della traversata - 14mila dollari americani versati in un’agenzia hawala da sbloccare al momento dell’arrivo - non viene considerata prova sufficiente a discarico.
Scarcerata per tutelare il minore rimasto solo - Ma c’è un bimbo di otto anni rimasto solo, affidato mesi fa ad una famiglia afghana con cui ha imparato a comunicare prima a gesti e poi a parole in uno strano esperanto e che adesso su di loro non potrà contare più. Per questo il tribunale ha deciso di accogliere l’istanza di trasferimento ai domiciliari nel centro Sai di Camini, dove già il bimbo è ospite. Una misura, si legge nelle carte, che si rende necessaria anche per tutelare Marjam.
Isolata anche culturalmente e linguisticamente, in carcere la donna ha già tentato il suicidio. Quelle “pilloline per dormire” che le hanno dato appena entrata in carcere e che lei si era sempre rifiutata di prendere, le ha mandate giù tutte d’un colpo. Erano sedici. L’hanno soccorsa e salvata, ma poco dopo è stata trasferita per diverse settimane all’ex opg di Barcellona Pozzo di Gotto, dove l’ha incontrata la deputata Laura Boldrini, la prima a interessarsi al suo caso, adesso seguito anche da Amnesty, diversi comitati locani e non e dal Garante per i detenuti. “Una vicenda inverosimile”, ha commentato l’ex presidente della Camera.
L’incubo parallelo di Maysoon - In parte sovrapponibile a quella di Maysoon Majidi. Iraniana anche lei, ma doppiamente perseguitata nel Paese degli ayatollah, perché donna e perché curda. Regista nota e attivista, era finita nelle liste di proscrizione del regime. Di fatto, era un bersaglio. Per questo è fuggita usando l’unico canale disponibile, un veliero che attraversa il Mediterraneo con a bordo un carico di disperati come lei. E come Marjam è finita in carcere con l’accusa di essere una scafista, anche lei per mesi privata della possibilità di capire cosa le stesse succedendo perché mai ha avuto modo di accedere a documenti in una lingua che conoscesse o capisse.
Testimoni irreperibili per la procura ma l’avvocato li contatta in diretta - A Crotone, il processo contro di lei è iniziato settimane fa. Ad accusarla, due persone che, contattate dall’avvocato Liberati che l’assiste, hanno cambiato radicalmente versione. Uno è iraniano, uno iracheno, le loro testimonianze - hanno affermato entrambi - sono state mal interpretate dal mediatore afghano con cui hanno parlato. Facile che sia così, parlano lingue strutturalmente diverse. Uno di loro avrebbe dovuto testimoniare all’incidente probatorio fissato qualche settimana fa, ma nonostante sia regolarmente registrato e viva in un centro gestito dallo Stato tedesco, la procura lo ha dichiarato irreperibile. Quando in aula l’avvocato lo ha contattato, il pm si è rifiutato di raccogliere la sua testimonianza.
Sciopero della fame - Maysoon, che in cinque mesi di prigionia ha già perso 14 chili, è rimasta in carcere. Da ieri ha iniziato lo sciopero della fame. Una protesta, spiega l’avvocato Liberati, ma soprattutto un grido d’aiuto per professare la sua innocenza, chiedere di essere ascoltata davvero e tutelata, protetta da un regime che l’ha messa nel mirino e da cui è fuggita. Un modo per salvarsi la vita, che adesso paga con la detenzione.









