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di Claudio Tadicini

Corriere del Mezzogiorno, 25 novembre 2022

Inflitti 14 anni e mezzo a testa. La tragedia avvenne nel 2015. Due condanne e ventinove anni di carcere complessivi per la morte del bracciante sudanese Mohammed Abdullah, stroncato all’età di 47 anni da un malore fatale, mentre - per pochi euro all’ora - raccoglieva pomodori nelle campagne di Nardò, sotto al sole cocente ed una temperatura che sfiorava i 40 gradi. Senza un contratto, senza sosta né riposo. E senza essere stato sottoposto ad alcuna valutazione medica sul suo stato di salute, che avrebbe potuto evitare il dramma.

Sul banco degli imputati erano finiti un imprenditore ottantenne di Porto Cesareo, ed un quarantaduenne sudanese, ritenuto un mediatore per gli arrivi in Salento dei braccianti. Per entrambi, i giudici della Corte d’Assise di Lecce hanno emesso una condanna a 14 anni e 6 mesi di carcere ciascuno.

Erano accusati di riduzione in schiavitù ed omicidio colposo, per i quali la pubblica accusa aveva chiesto la pena di complessivi 23 anni, equamente divisi tra i due imputati. Il collegio composto dal presidente Pietro Baffa, dalla collega Maria Francesca Mariano e dai giudici popolari, tuttavia, ha aumentato la pena di tre anni per entrambi in relazione alla prima accusa: il perché si scoprirà col deposito delle motivazioni.

La tragedia si verificò nel primo pomeriggio del 20 luglio 2015, in località Pittuini. Mohammed Abdullah era un bracciante stagionale, marito e padre. Uno dei tanti lavoratori extracomunitari che, per 50 euro, si spezzavano la schiena anche per dodici ore al giorno. A volte pure senza acqua per dissetarsi, al punto che accusa e parti civili, nel ricostruire la vicenda in aula, usarono espressioni come “schiavitù moderna” e “mortificazione della persona umana”.

I due imputati erano accusati di avere costretto i braccianti a lavorare “in stato di soggezione continuativa, in una condizione analoga alla schiavitù, costringendoli a prestazioni lavorative nei campi in condizioni di assoluto sfruttamento”. Ed anche senza alcuna valutazione medica sul loro stato di salute, che avrebbe potuto salvare la vita allo sfortunato sudanese, risultato affetto da una polmonite virale che avrebbe contribuito a determinare il tragico epilogo.

I giudici hanno inoltre disposto una provvisionale di 50.000 euro in favore della moglie e della figlia della vittima nonché il risarcimento del danno (in separata sede) alle stesse e alle altre parti civili Flai-Cgil Brindisi e Cgil Lecce, Cidu (centro internazionale dei diritti umani) insieme a “Mutti” e “Conserva Italia”, le due aziende alle quali erano destinati i pomodori raccolti dai lavoratori stagionali.