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di Alessandro Perissinotto

La Stampa, 10 settembre 2025

La storia di Yosif, precipitato in un cantiere a Torino, è quella di tanti emigranti italiani del passato, sospesi tra due terre senza appartenere a nessuna. Morti lontano da casa. Dopo esserci riempiti la bocca per decenni con espressioni come “Villaggio globale” o “Mondo interconnesso”, comprendiamo che certe parole, certi concetti valgono solo per chi se li può permettere; per tutti gli altri il mondo è rimasto quello di 150 anni fa. A ricordarci che il mondo è a due velocità (altro vieto luogo comune, ma difficile da contestare) è, in questi giorni, la morte, a Torino, di Yosif Abdel Malak Gamal, l’operaio egiziano precipitato da un cestello elevatore.

Sono molti i motivi per i quali questo incidente ci riporta indietro: possiamo esclamare “ma non si può morire così nel 2025!”, oppure possiamo chiederci “perché, con tutta la competenza antiinfortunistica che abbiamo oggi, quell’uomo non aveva imbracatura?”. A qualcuno verranno forse in mente lontani ricordi scolastici, lontane letture di romanzi veristi o neorealisti, dove morire di lavoro era quasi normale, dove cadere da un ponteggio, e mi riferisco a Metello di Vasco Pratolini, era una delle tante opzioni. Ma quella di Yosif Abdel Malak Gamal non è solo una morte sul lavoro, è anche e soprattutto una morte lontano da casa. Ed è proprio l’idea di lontananza ad entrare in conflitto con quella di “globalizzato” o “interconnesso”.

Siamo globalizzati e interconnessi noi turisti occidentali, quando partiamo per un viaggio e ci muniamo di ogni assicurazione possibile compresa quello del “rimpatrio salma”. Sono globalizzati e interconnessi gli expat che operano a Wall Street o che lanciano una start up a Dublino e che dialogano in videoconferenza con la famiglia rimasta in Italia. Ma Yosif Abdel Malak Gamal non era un expat, era un emigrante. Come ci suona ormai strano questo termine! Eppure, per oltre un secolo, gli italiani sono stati un popolo di emigranti che ha vissuto sulle rimesse degli emigranti.

Ora, che prendiamo in considerazione solo il concetto di immigrato, cioè di chi viene “a casa nostra” (per rubarci il lavoro, le mogli, i soldi, i posti negli asili e via con il lungo elenco di chi dice “io non sono razzista, ma…”) , fatichiamo a comprendere quanto l’atto del partire possa ancora essere, come in passato, un gesto definitivo e drammatico. Quando, agli inizi del Novecento, una madre italiana salutava il figlio che si imbarcava per l’Argentina, gli raccomandava di scrivere a casa o di trovare qualcuno che scrivesse per lui, ma quella madre, in cuor suo, metteva in conto che quel saluto, sul marciapiede di una stazione o sul molo di un porto, poteva essere l’ultimo capitolo della storia tra lei e la persona che aveva messo al mondo. Quante madri non hanno mai saputo se il figlio aveva mai messo piede in quella nuova terra promessa? E quanti dei detenuti italiani nel durissimo carcere di Ushuaia avevano mai potuto informare le famiglie e ricevere lettere di conforto?

La situazione dell’operaio egiziano morto lunedì sembra essere molto simile a quella dei nostri compatrioti all’inizio del secolo scorso. Nessuno ha reclamato la sua salma e forse nessuno, in Egitto, sa della sua morte. Neppure la comunità egiziana a Torino era per lui un punto di riferimento: non lo conoscono, non hanno mai avuto contatti. Sicuramente, in patria, Yosif ha lasciato una famiglia, degli amici, qualcuno che lo ha amato, qualcuno che ha ricevuto da lui le famose “rimesse”, ma cosa ne è di tutta quella gente ora che lui è “emigrante” da così tanto tempo? “Emigrante” non “italiano”, sospeso tra due terre senza riuscire ad appartenere a nessuna delle due.

In questo senso, Yosif è davvero morto lontano da casa, perché la casa è il posto dove si ricordano di te, dove si preoccupano per te. Per fortuna, non tutti gli emigranti sono stati inghiottiti dal silenzio: li vediamo mettersi davanti alle videocamere dei telefonini per salutare i familiari, li sentiamo parlare, gridare in lingue sconosciute. Ma quanti sono quelli come Yosif? Quante persone muoiono oggi lontano da casa? Perché ci sono dei lontano che nulla hanno a che vedere con lo spazio. Magari, mentre starete leggendo queste righe, qualcuno, da qualche provincia dell’Egitto si ricorderà di un uomo, partito molti anni prima, di un uomo ormai anziano e si metterà in contatto con le autorità italiane; o forse no, e Yosif rimarrà per sempre lontano. E forse chi legge si chiederà perché parlare ora di questa lontananza che, tra un paio di giorni, potrebbe essere smentita da fatti nuovi. Il motivo è semplice: perché tra un paio di giorni, di Yosif Abdel Malak Gamal nessuno parlerà più.