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di Angiola Petronio

Corriere di Verona, 14 dicembre 2024

Gli esami tossicologici sull’immigrato ucciso in stazione a Verona. E spunta un testimone. I risultati degli esami tossicologici. Quelli arrivati ieri mattina e che hanno sancito come Moussa Diarra il giorno in cui è stato ucciso da un colpo di pistola sparato da un agente della Polfer davanti alla stazione di Porta Nuova, non fosse né sotto l’effetto di alcol né sotto quello di sostanze stupefacenti. E un testimone il cui racconto non combacia con la ricostruzione dei fatti finora fatta dalla procura. Sono le due novità nel caso del 26enne maliano.

Quelli arrivati ieri mattina e che hanno sancito come Moussa Diarra il giorno in cui è stato ucciso da un colpo di pistola sparato da un agente della Polfer davanti alla stazione di Porta Nuova, non fosse nè sotto l’effetto di alcol nè sotto quello di sostanze stupefacenti. E un testimone che avrebbe assistito a tutte le fasi che hanno portato alla morte di Moussa e il cui racconto non combacia con la ricostruzione dei fatti finora fatta dalla procura. Testimone che le due avvocate della famiglia di Moussa - Paola Malavolta e Francesca Campostrini - hanno chiesto venga sentito dagli inquirenti. Sono altri due pezzi che si aggiungono a quello che è il puzzle sulla morte, lo scorso 20 ottobre, di quel ragazzo maliano di cui rimane un altare laico davanti alla stazione. Era lì anche ieri, suo fratello Djemagan. E come ogni volta piangeva guardando le foto di Moussa, i lumini, le poesie, i messaggi, i fiori e quei manifesti attraverso cui si chiede a chi ha assistito alla sua morte di farsi avanti.

Quell’altare laico davanti al quale si è radunata una trentina di persone con il comitato “Verità e giustizia per Moussa”, dopo il comunicato di giovedì nel quale il procuratore capo Raffaele Tito ha fatto il punto sulle riprese delle telecamere. Una, indirizzata sul piazzale della stazione che ha ripreso il momento di uno dei tre spari. Altre due, lontane dell’area, che hanno comunque registrato la sequela dei colpi e la caduta a terra di Moussa. E una telecamera all’interno della stazione che “pur apparentemente funzionando - le parole del procuratore - non ha però registrato immagini”. “Siamo qui ancora una volta per chiedere verità e giustizia con forza per Moussa - è stato detto ieri -. Abbiamo visto il comunicato della procura, dopo le numerose richieste e incontri degli avvocati, le prese di posizione delle varie associazioni e del comitato che chiedono i filmati, per avere gli atti e perché i periti di parte possano svolgere il proprio lavoro e venga ricostruita la verità dei fatti. Due dei colpi sparati erano ad altezza d’uomo e uno ha colpito Moussa al cuore. Se le telecamere, come dovrebbe essere, non possono e non dovrebbero essere state manipolate non vediamo perché fare mistero di questi video. La procura dice che la telecamera all’interno, quella che avrebbe dovuto aver ripreso Moussa che scappava e la polizia che lo rincorreva, funzionava ma non ha registrato le immagini. Cosa vuol dire? Sollecitiamo le autorità a un’indagine pubblica e trasparente per non arrivare a pensare a una manipolazione di quelle telecamere. Per questo vogliamo che siano affidate ai periti. Nel comunicato si dice che le immagini sono state mandate alla polizia scientifica di Padova. Perché, ci chiediamo, alla visione di quei filmati non può partecipare anche il perito di parte nominato dalla famiglia di Moussa. Tutte queste dinamiche ci lasciano perplessi e sollevano molti dubbi”. È tornata sui risultati degli esami tossicologici, la piazza di ieri. Quelli svolti su Moussa ma non - come richiesto da più parti - sull’agente che ha sparato. All’appello mancano i riscontri farmacologici, che potrebbero risultare positivi visto che Moussa assumeva degli psicofarmaci per la sua depressione. Quella che gli ha scatenato la crisi psicotica in quella domenica mattina di ottobre. “Moussa cercava aiuto, erano due ore che girava dentro la stazione e nelle zone limitrofe in uno stato di alterazione psicologica e nessuno, dalla polizia locale alla Polfer ha chiamato un’ambulanza”.

Davanti a quell’altare con Djemagan anche i rappresentanti della comunità maliana. “Stiamo facendo di tutto per avere la verità sulla morte di Moussa, sulla violazione dei suoi diritti”. Con suo fratello che è tornato a chiedere verità e giustizia. La chiusa è stata dello psichiatra Carlo Piazza, presidente dell’Osservatorio di Comunità. “Nel comunicato della procura c’è scritto che “il decesso (di Moussa, ndr) è avvenuto pacificamente all’esterno dell’immobile verso le 7-7,10 del mattino”. Quel “pacificamente” ha il sapore della presa in giro, visto che è stato ammazzato a colpi di pistola”. E poi la stilettata a Palazzo Barbieri: “Questa amministrazione è Tommasiana o Tosiana? Qui c’è ancora il Daspo per i senza dimora e la “città dell’amore” è in realtà una città che non accoglie. Una città che Moussa lo ha considerato solo come un “disturbo”“.