di Angiola Petronio
Corriere di Verona, 1 novembre 2024
Gli attivisti: “Torniamo per lui e per il sogno di ridare vita a questo luogo”. Un appello. Tre domande. E quattro richieste, che sono dei pilastri. Continua a sciabordare l’onda lunga sulla morte di Moussa Diarra. E lo fa spinta da una corrente che chiede “verità e giustizia” per il 26enne maliano ucciso il 20 ottobre davanti alla stazione da un colpo di pistola sparato da un agente della Polfer. È nato un comitato, per Moussa. Il “comitato verità e giustizia per Moussa Diarra”. Ed è da lì che germina l’appello a “chiunque abbia assistito ai fatti o li abbia ripresi con il cellulare” che viene “pregato, in coscienza, di inviare ogni informazione utile via e-mail all’indirizzo:
Le domande - Ricerca di testimonianze che vuole essere propedeutica a ricostruire quanto accaduto quella domenica mattina, sia davanti alla stazione che nelle ore precedenti. Quelle in cui il male di vivere che attanagliava Moussa da qualche tempo è tracimato in una crisi psicotica. “Condanniamo fermamente - dice il comitato - la narrazione mediatica che ha ritratto Moussa come un “mostro”, dipingendolo come lo stereotipo dello straniero pericoloso e instabile. Questa narrazione discriminatoria è inaccettabile in uno stato democratico. Esigiamo un’inchiesta seria, trasparente e indipendente che risponda alle tante domande ancora inevase”. Tre, in particolare, quelle che pone il comitato: “Perché, nonostante Moussa fosse stato avvistato in stato confusionale alle 5 del mattino, ha continuato a vagare per ore senza ricevere assistenza? È stata chiamata l’assistenza medica, come previsto in tali situazioni? La scelta di aprire il fuoco poteva essere evitata?”. Domande a cui dovrà rispondere l’inchiesta in corso.
Le richieste - E con il comitato che chiede “Verità e giustizia per Moussa; il riconoscimento e il rispetto dei diritti fondamentali, inclusi documenti, residenza, accesso a un alloggio e a un lavoro dignitoso; una sicurezza basata sulla giustizia e sul rispetto della dignità umana e non sulla repressione e sulle armi; una risposta forte, collettiva e unanime della società civile contro ogni forma di razzismo”.
Domani a Quinzano - Moussa il cui ricordo permeerà domani la villa di Quinzano che dovrebbe essere un bene pubblico, lasciata implodere da oltre vent’anni. È lì che sarebbe dovuto andare il giorno prima di morire. Lui che era uno dei 40 migranti - con contratti di lavoro regolari - che un posto per dormire lo avevano trovato solo al Ghibellin Fuggiasco, che adesso è in procinto di chiudere.
Era uno di quei lavoratori, Moussa, che Verona usa per produrre, ma per i quali non trova spazi abitativi. Chi viveva con lui, gli attivisti del laboratorio autogestito Paratodos e altre associazioni ed enti del terzo settore domani torneranno a Quinzano, in quegli spazi di proprietà degli Iciss che loro hanno iniziato a ripulire. “Torniamo - annunciano - per Moussa, per noi, per tutti. Torniamo per continuare il sogno di ridare presto vita a questo luogo meraviglioso e abbandonato al degrado”. Prima le pulizie, poi il pranzo sociale. Alle 15 un’assemblea pubblica “per discutere su come continuare il recupero dello spazio, i prossimi passi e idee per farlo rinascere”. Ma anche per parlare di Moussa. “Per fare il punto su quanto si sa dell’inchiesta. Perché quel recupero e quel percorso sono quelli a cui avrebbe dovuto partecipare anche lui”.










