di Melina Chiapparino
Il Mattino, 6 dicembre 2025
Ora torneranno liberi dopo 17 mesi in carcere. Non erano scafisti, ma erano alla guida del barcone per uno stato di necessità: si è concluso con quattro assoluzioni il processo a Napoli che vedeva imputati 4 migranti arrivati in Italia nel luglio del 2024. I quattro, in seguito alle testimonianze raccolte, vennero indicati come coloro che guidavano le due imbarcazioni - con a bordo complessivamente 55 persone - soccorse dalla nave umanitaria Ocean Viking nel mediterraneo centrale. Appena sbarcati a Napoli, furono fermati e trasferiti in carcere. Il giudice ha però ritenuto sussistente “lo stato di necessità” e ora i quattro torneranno liberi dopo 17 mesi in carcere.
Per le avvocate Tatiana Montella e Martina Stefanile, componenti del pool difensivo, la sentenza “rappresenta una vittoria importante. Da un lato scardina il paradigma, sin troppo spesso applicato nei Tribunali, che equipara il capitano a colui che organizza le lucra sulle traversate, riconoscendo invece le condizioni di necessità che caratterizzano il percorso di ogni migrante in fuga e affermando in modo chiaro che i capitani altro non sono che migranti che esercitano la propria libertà di movimento. Dall’altro lato riconosce la supremazia del bene giuridico “vita e libertà di movimento”, rispetto alla tutela giuridica dei confini”.
“Ci sono voluti oltre 17 mesi di detenzione cautelare, dopo l’arresto al porto di Napoli del luglio 2024, per dimostrare che i quattro imputati hanno agito in stato di necessità. Dall’inizio del loro percorso di salvezza, hanno conosciuto sofferenze e torture e soprattutto carcere”. Così, in una nota, Asgi Campania, Clinica legale dell’immigrazione e della cittadinanza di Roma, Clinica Legale Università di Parma e Mediterranea Saving humans commentano l’assoluzione all’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione irregolare di quattro rifugiati, provenienti dal Sudan e dal Ciad, e ritenuti degli scafisti.
“Detenuti in Sudan, perché non volevano arruolarsi come soldati bambini, detenuti e torturati in Libia - si legge ancora nella nota - hanno attraversato il mar Mediterraneo e dopo essere riusciti a sopravvivere in questo luogo di morte per tantissimi profughi, sono sbarcati in Italia, conoscendo solo il carcere di Poggioreale. L’accusa di favoreggiamento, grimaldello utilizzato per reprimere il fenomeno dell’immigrazione irregolare conosce oggi un punto di arresto. In un Paese che ha fatto dell’immigrazione il punto più vergognoso di calcolo politico, criminalizzando migranti, rifugiati e attivisti che salvano vite nel mediterraneo, l’assoluzione di oggi indica in modo chiaro che gli oltre 1.300 detenuti nelle carceri sono solo il frutto della repressioni della libertà di movimento e la conseguenza dell’ inevitabile esito di politiche repressive e di criminalizzazione, in cui la storia delle persone coinvolte, diventa il sottofondo assordante di chi grida solo all’invasore. Un’indagine piena di falle, molto spesso frutto di un paradigma accusatorio per cui chi guida perde il proprio percorso individuale, per finire strumento e capro espiatorio di politiche criminali sui confini”.
“La logica del diritto penale, applicata in modo acritico ai fenomeni migratori - viene sottolineato nella nota - ha finito per diventare una ‘calotta interpretativa’ della realtà, che ha impedito di vedere la complessità delle cause strutturali della migrazione. Il riconoscimento dello stato di necessità in questa vicenda giudiziaria, rappresenta il punto di svolta per superare l’utilizzo di questo reato per colpire la libertà: libertà di scegliere il proprio destino e la libertà di movimento”.











