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di Sara Del Dot

Il Domani, 20 luglio 2025

Una storia di apolidia. La presidente dell’Unione italiana Apolidi è cresciuta nel nostro paese senza documenti né diritti. “Come se non mi volessero né qui né nelle Filippine. La cittadinanza le permette di partecipare”. Karen Ducusin era solo una bambina quando le parole di un’assistente sociale l’hanno colpita come pietre, spiegando quella sensazione che l’aveva accompagnata per tutta la vita. Quella di essere diversa. Perché per quasi trent’anni non ha avuto documenti né cittadinanza, nonostante sia nata e cresciuta in Italia. “Quando sono nata, nel 1994 a Messina, mio padre voleva vendermi. A differenza dei miei fratelli non mi ha registrata all’anagrafe”, racconta. “Mia madre l’ha scoperto e, aiutata dai servizi sociali, mi ha portata con sé a Latina. Era incinta, non parlava bene l’italiano (i miei genitori sono di origine filippina). Per paura che le togliessero i figli, non ha fatto nulla”.

Questa situazione ha attraversato tutta la sua crescita. Andava a scuola, a pianoforte, proseguiva la sua vita di bambina, ma non poteva partecipare alle gite con i compagni. Non aveva un medico di base. L’unico documento che aveva era un vecchio codice fiscale verde. A circa 12 anni è riuscita a dare un nome a quella sensazione. “Andavamo all’ambasciata filippina e mi dicevano che era competenza dell’Italia, ma in Italia mi veniva detto il contrario. Era come se non mi volessero né qui né nelle Filippine”, racconta. “L’esame di maturità”, aggiunge, “l’ho fatto con un foglio dell’ambasciata. Non potevo fare richiesta di cittadinanza perché ufficialmente non avevo la residenza. Era come se fossi invisibile e nessuno sapeva come aiutarmi. Davanti a me c’erano solo porte chiuse”.

Anche all’ospedale di Messina non era possibile recuperare l’atto di nascita. “Emotivamente ho attraversato tante fasi. A volte mi rassegnavo all’idea di rimanere nascosta per sempre, altre volte subentrava l’apatia, non mi importava più di nulla”, spiega. Quando vedeva le amiche tornare dai viaggi si chiedeva: “‘E io?’ Alla fine cercavo sempre una soluzione perché avevo tanti sogni. Volevo fare l’università, volevo viaggiare”. Per anni Karen ha conservato ogni oggetto che potesse testimoniare il fatto che era sempre stata qui: “Cartoline, pagelle di scuola, pagamenti, lettere di auguri, ogni cosa su cui c’era il mio nome e che provava la mia esistenza”.

Nessun riconoscimento - L’articolo 15 della dichiarazione universale dei diritti dell’uomo sancisce che “ogni individuo ha diritto a una cittadinanza”. Eppure quello di Karen Ducusin non è un caso isolato. Si chiama apolidia, significa “non essere considerato cittadino da nessuno stato” ed è riconosciuta come violazione dei diritti umani, in grado di avere un impatto dannoso, impedendo la realizzazione del proprio potenziale o di svolgere un ruolo attivo nella società. Significa essere esposto a pericoli e abusi, essere escluso da diritti come il voto, il lavoro, l’assistenza sanitaria, l’eredità, l’affitto di una casa.

Gli occhi del mondo, su di loro, sono chiusi. A ricordarlo è la “Mappatura dell’apolidia in Italia” di Unhcr, che stima la presenza di milioni di persone apolidi a livello globale. L’Italia, dove se ne contano circa 3mila, fa parte dei 30 paesi del mondo in cui esiste una procedura di determinazione di questo status, con l’obbligo di identificare e togliere gli apolidi dalla loro condizione di invisibilità. Tra le cause ci sono discriminazioni su base razziale, etnica o religiosa (oltre il 75 per cento della popolazione apolide riconosciuta appartiene a gruppi minoritari), ma anche lacune e conflitti nelle leggi sulla cittadinanza o ostacoli di natura burocratico-amministrativa.

Alcuni apolidi hanno affrontato percorsi migratori, altri non sono mai usciti dal paese in cui sono nati, proprio come Karen. Che inizia a vedere una luce nel 2019, quando con un’avvocata è riuscita a fare una registrazione tardiva a Messina. Aveva 25 anni. Un anno dopo ha ottenuto la protezione speciale, e si è iscritta all’università. La cittadinanza ha continuato a esserle negata, ha fatto ricorso, e con il supporto di Unhcr ha richiesto lo status di apolide. Poi, a febbraio 2024, la svolta. A 30 anni, Karen Ducusin è diventata cittadina italiana.

“Per prima cosa ho chiamato mia madre e il mio fidanzato. Ho pianto disperatamente e riletto per ore la sentenza. E ricevuta la carta d’identità ho fatto il primo viaggio della mia vita”, racconta. Oggi è presidente dell’Unione italiana Apolidi, fondata per impedire che altre persone possano sentirsi perse come troppo spesso si è sentita lei. Ha mantenuto l’abitudine a conservare le sue piccole prove di esistenza, anche se ora non le servono più.

“Ci contattano molte persone per capire se sono apolidi, ma anche chi vuole togliersi la cittadinanza, senza però rendersi conto del diritto di cui vorrebbe privarsi. È bellissimo - conclude - perché per tanto tempo ho avuto voglia di partecipare ma non potevo. Adesso invece è come se avessi tutto in mano. Quanto ho desiderato tutto questo”.