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di Lara Sirignano

Corriere della Sera, 14 agosto 2025

C’è anche il giovane che non trova più suo fratello. I morti sono almeno 27. Tutto è accaduto in pochi istanti. “Avevo mio figlio in braccio e mio marito accanto. Non so come, ci siamo ritrovati in acqua. Le onde mi hanno portato via tutti e due”. Della sua famiglia è rimasta in vita solo lei, una giovane somala scappata da un Paese dilaniato dalla violenza che in mare, ieri, ha perso tutto. Gli operatori dell’hotspot di Lampedusa e i volontari dell’accoglienza ascoltano in silenzio il racconto della profuga scampata all’ultima tragedia dell’immigrazione. Ventisette i morti ripescati a largo dell’isola. Un bilancio che si aggraverà, certamente nelle prossime ore, perché all’appello mancano uomini, donne, bambini.

I soccorsi - I superstiti, partiti dalla Libia su due diversi barconi, sono arrivati in condizioni drammatiche: sotto choc, in lacrime, le labbra bruciate dall’acqua salata che sono stati costretti a bere. Soccorsi dalla Guardia Costiera, toccata terra si sono inginocchiati e hanno pregato. “Hanno voluto ringraziare il loro dio per essere giunti sani e salvi al termine di un viaggio terribile”, dice un operatore della Croce Rossa Italiana che dal molo ha visto arrivare i naufraghi. “Quando gli abbiamo offerto dell’acqua ci hanno guardato come se stessero ricevendo un dono grandissimo”, ricorda. Ma quella della giovane somala è solo una delle drammatiche storie raccontate da chi si è salvato.

I superstiti - Stretto dai compagni in un abbraccio, un ragazzo, anche lui somalo, singhiozza in un angolo. Ai soccorritori ha detto di aver perso il fratello. “Non dice la sua età ma è giovanissimo”, spiegano i volontari. Poi c’è l’egiziano che ai mediatori culturali dell’hotspot ha rivelato di aver lasciato in mare tre cugini. Terribili anche le testimonianze del naufragio. “Su una barca eravamo in 45, sull’altra in 52 - ricordano i superstiti - Siamo partiti dalla Libia, da Zwara, ma abbiamo fatto una tappa a Tripoli. Dopo un’ora di traversata, l’imbarcazione più piccola ha cominciato a imbarcare acqua. C’è stato il panico”. Scene viste più volte in passato. Chi è finito in mare ha cercato di salire sull’altro “legno”, qualcuno ce l’ha fatta. Pure la seconda barca, però, già fatiscente e sovraccarica, probabilmente per il peso eccessivo, si è ribaltata. Chi ha avuto la forza è rimasto aggrappato ai relitti rovesciati. I più piccoli e i più deboli sono stati portati via dal mare. Per il viaggio che li ha uccisi i migranti avevano pagato seimila euro. A terra, saputo dei naufragi, la macchina della accoglienza si è messa subito in moto. I volontari hanno preparato il latte e i kit con i vestitini per i bambini. “Non sono mai arrivati”, dice un operatore. Si fa notte a Lampedusa, ma gli sbarchi non si fermano. Le motovedette di Frontex e della Guardia di finanza, mentre sono ancora in corso le ricerche dei dispersi, soccorrono un barchino di metallo di 8 metri con 48 persone a bordo. Vengono da Camerun, Guinea Konakry e Mali e raccontano d’essere partiti da Sfax, in Tunisia, avendo pagato per il viaggio 850 euro a testa. Loro ce l’hanno fatta