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di Giansandro Merli

Il Manifesto, 25 marzo 2025

Con cadenza rituale sul progetto d’oltre Adriatico arrivano le rassicurazioni del governo a cui rispondono le critiche delle opposizioni. Il fatto, però, è uno: dopo sedici mesi le strutture sono ancora vuote. Succede ormai a cadenza regolare, ogni tot di giorni. Un esponente del governo, spesso la premier Meloni o il ministro Piantedosi (come ieri), parla dei Centri in Albania: “Li vuole l’Europa”, “Sono pronti a ripartire”, “Li useremo come Cpr”, assicurano. A quel punto si alza un coro dall’opposizione che fa più o meno così: “Ammettono il fallimento”, “Chiedano scusa”, “Non funzioneranno”, ribattono. A volte capita che in mezzo a tante dichiarazioni si trovino perfino delle notizie: per esempio che nel penitenziario costruito a Gjader invece di persone migranti ci siano cani randagi o che l’ente gestore dei centri abbia prima rimandato a casa e poi licenziato gli operatori.

Sullo sfondo restano due punti da cui non si prescinde. Fino alla sentenza della Corte di giustizia Ue sui “paesi sicuri” non potranno essere trattenuti oltre Adriatico i richiedenti asilo sottoposti a procedura accelerata di frontiera. Fino all’approvazione della nuova direttiva rimpatri non potranno essere parcheggiati gli “irregolari” trovati in Italia che non si riesce a riportare nel loro paese. La prima è attesa entro la fine della primavera, la seconda richiederà, nel migliore dei casi, diversi mesi. Viene il dubbio che l’unico scopo delle parole del governo sia prendere tempo. Peraltro senza sapere quanto ne serva davvero. Intanto a sedici mesi dalla firma del protocollo i centri sono vuoti. E questo è un fatto.