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di Simona Musco

Il Dubbio, 29 novembre 2024

Al Senato l’evento “Non affogate il diritto d’asilo”, con le storie dei sopravvissuti. Remon Karam ha 25 anni, viene dall’Egitto. Qualche giorno fa ha conseguito la sua seconda laurea, con una tesi dal titolo “L’immigrazione: tra persecuzione e realtà”. In giacca e cravatta, un’uniforme che non gli appartiene e che - lo fa notare gli sta stretta, racconta nella sala “Caduti di Nassirya” del Senato la sua storia. Quella di un 14enne salito su una barca, dopo l’uccisione del cugino, colpevole, come lui, di essere cristiano, sperando di fuggire da una terra che oggi è considerata sicura, ma che sicura non è.

Senza dire nulla alla madre, portando con sé solo un rettangolino plastificato, la foto del fratello. L’ultimo abbraccio ad un membro della sua famiglia, l’ultimo contatto reale con la sua terra. Remon ha raccontato la sua storia nel corso dell’evento “Non affogate il diritto d’asilo”, alla presenza, tra gli altri, di Mariolina Castellone, vicepresidente del Senato; Soumaila Diawara, scrittore naufrago; Francesca Cancellaro, avvocata; Vittorio Alessandro, ammiraglio; Ibrahima Lo, scrittore naufrago; e Angela Nocioni, giornalista de l’Unità, che ha moderato l’evento. In sala una mostra dei disegni di naufraghi soccorsi da Sos Humanity e l’intervento di sopravvissuti, soccorritori e operatori del diritto, tutti convinti che le norme sull’immigrazione siano state pensate dimenticando la cosa più importante: gli esseri umani.

“Sono arrivato in Italia a 14 anni, a bordo di un taxi del mare. Qualcuno li ha chiamati così qualche anno fa, qualcuno li chiama tuttora così. Non cambia la retorica, a quanto pare racconta -. Ma sono soltanto pescherecci e gommoni bucati, pezzi di carta, pezzi di plastica e pezzi di legno. Non pensavo di ritrovarmi su un barcone di disperati, di miserabili, 180 persone tra cristiani, musulmani, siriani ed egiziani. I siriani sono come gli ucraini, scappano dalla guerra. Con una sola differenza: il siriano è di serie B, gli ucraini di serie A”.

A guidare quella bagnarola un ragazzino di 16 anni. Uno scafista, secondo la politica, ma non per Remon: era un bambino costretto a mettersi al timone sotto minaccia di morte e che una volta in Italia rischia 25 anni di carcere. “Ed è lui il colpevole? - si chiede retoricamente Remon - La mafia non si mette in mezzo al mare per portare la gente in Italia, la mafia rimane nelle ville, a guadagnare milioni di euro sulla pelle della gente”. Nella stiva si sta l’uno sopra l’altro, al buio. Ci si vomita addosso. E l’unica possibilità è pregare, mentre si beve l’acqua mescolata a benzina nel tappo di una bottiglia, per provare nausea e non sentire più la sete. E funziona.

“Però per i politici la disperazione non è sufficiente per giustificare questi viaggio. E quando muoiono la colpa è loro e di chi li ha fatti partire”. Remon è arrivato in Italia dopo 7 giorni di viaggio “e la prima cosa che hanno fatto è stata attaccarmi un numero sul petto, qui, a sinistra, il numero 90. Perché sono numeri se sopravvivono, sono numeri quando muoiono, sono numeri quando sono dispersi. Siamo tutti bravi a dire mai più, ma l’unica cosa che è stata fatta sono dei decreti. Io mi arrabbio, perché c’è la mia dignità in gioco. Quelle persone hanno perso la dignità due volte: nella vita e nella morte.

E loro dicono: quest’anno sono arrivati meno migranti in Italia. Ed è vero, perché sono morti altrove. Ma noi siamo qualcuno e non solo dei numeri”. Quella in corso nel Mediterraneo, spiega Nocioni, è “una guerra”. E fermare le navi umanitarie è come “fermare per capriccio un’ambulanza”, mentre si stringono accordi con la Guardia costiera libica che, come dimostrato dai video trasmessi in sala, spara sui migranti e li riporta indietro nei lager, dove arrivano grazie ad accordi che i trafficanti stringono proprio con gli stessi miliziani libici.

Il tutto mentre il mare si trasforma in un cimitero e mentre si tentano di complicare ulteriormente le operazioni di soccorso, con decreti che rendono più rapide le operazioni di confisca delle navi e criminale il salvataggio delle vite. Decreti che ora sono all’attenzione delle Corti superiori, come quello che porta il nome del ministro Piantedosi, alla prova della Consulta, davanti alla quale è impegnata l’avvocata Cancellaro. Si può sanzionare una nave solo per non aver obbedito alle indicazioni di una Guardia Costiera, come quella libica, che agisce in modo noto per violazioni sistematiche? È legittimo, si chiede la legale, che un decreto nazionale affidi alle autorità libiche il coordinamento e che da ciò derivi l’intera struttura sanzionatoria?

L’ordinanza di remissione pone in discussione proprio la coerenza di queste normative con gli obblighi internazionali assunti dall’Italia, che includono il divieto di respingimento (principio di non- refoulement), che impedisce di riportare persone in Paesi dove rischiano gravi violazioni dei diritti umani e il diritto d’asilo, che non può essere garantito senza prima proteggere la vita delle persone. Normative che sollevano dubbi non solo sulla legittimità del riconoscimento delle autorità libiche, ma anche sulla proporzionalità delle sanzioni, come il fermo delle navi.

È corretto fermare un’imbarcazione per una presunta violazione quando questa, invece, stava salvando vite? Un’attività descritta in maniera chiara da Massimo Belletti, che ha salvato - tra le altre - 25 persone a bordo di un’imbarcazione segnalata giorni prima alle autorità, senza che nessuno, però, intervenisse. E ciò ha portato alla morte di oltre 50 persone. “La gente è morta di sete e di stenti racconta -. Un uomo ha visto morire suo figlio di un anno e mezzo. Gli altri sopravvissuti gli hanno chiesto di disfarsi del corpo in mare. E poi ha dovuto fare lo stesso con la moglie, due giorni dopo. Quando li abbiamo salvati erano in condizioni terribili.

L’acqua, mescolata alla benzina, corrode la pelle. Sono cose che non dovrebbero succedere. E quel giorno c’eravamo solo noi, perché molte navi erano detenute, molte navi erano ferme e se non ci fossimo stati noi sicuramente sarebbero morti”. Per Castellone è vero che si tratta di una guerra. “Una guerra in cui le istituzioni hanno scelto di essere per lo più spettatrici, senza provare a risolvere davvero il problema, ma facendo uso della propaganda. L’immigrazione è un fenomeno che deve essere governato, che non può essere né arginato con i blocchi navali, né con la deportazione in Albania, né con la caccia agli scafisti nel globo terracqueo, dato che gli scafisti non salgono nemmeno su quelle carrette del mare - conclude.

Accogliere si può fare, ce l’ha dimostrato l’accoglienza dei profughi ucraini: nessuno ha avuto la percezione che fossimo invasi. Se oggi abbiamo questa percezione nei confronti di altri migranti, evidentemente è distorta e amplificata da una narrazione che non corrisponde alla realtà, perché viviamo in una società fortemente razzializzante, incapace di usare i termini corretti e colpevole di aver manipolato la coscienza collettiva e la percezione dei cittadini italiani”.