di Nicola Bracci
Il Domani, 29 ottobre 2022
Manifestazione a Roma per chiedere di annullare l’intesa che regola le politiche migratorie tra i due paesi Il 2 novembre scatta il rinnovo per tre anni. Quaranta organizzazioni non governative si sono riunite il 26 ottobre in piazza Esquilino, a Roma, per chiedere al nuovo governo di non prorogare il memorandum d’intesa Italia-Libia, documento che regola i rapporti tra i due paesi in tema di politiche migratorie. Firmato nel 2017 dall’allora presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, del Partito democratico, l’accordo è il frutto di lunghe trattative tra l’allora ministro dell’Interno italiano, Marco Minniti (Pd), e il primo ministro del governo di riconciliazione nazionale libico, Fayez al-Sarraj. Il patto si rinnova tacitamente ogni tre anni, come già accaduto nel 2020. Se decidesse di abrogarlo il governo italiano dovrebbe agire entro il 2 novembre prossimo. Giorgia Meloni, neoeletta presidente del Consiglio, in passato ha più volte parlato di “pessima gestione” dei rapporti con la Libia da parte del governo italiano. Oggi guida una coalizione di partiti che, almeno in campagna elettorale, ha spesso sostenuto la necessità per l’Italia di riconquistare un ruolo da protagonista nel Mediterraneo. Ma lo scenario più probabile è che sul dossier libico l’esecutivo di centrodestra scelga la linea della continuità con i governi che l’hanno preceduto, sia per ragioni di equilibrio politico interno, sia per gli stretti rapporti commerciali che legano i due paesi.
Il trattato - Il memorandum Minniti è da anni criticato sia nel merito sia nella forma. Concluso con procedura semplificata, senza cioè richiedere l’intervento del parlamento, l’accordo ha sollevato non pochi dubbi di costituzionalità. L’articolo 80 della Carta impone, infatti, la ratifica delle Camere per i trattati internazionali di natura politica o, in altra ipotesi, per trattati che comportano oneri finanziari per lo stato italiano. E su quest’ultimo punto il dato è incontestabile. A oggi il finanziamento del decreto Missioni, misura che ogni anno garantisce i fondi necessari per l’applicazione del memorandum, è costato oltre 44 milioni di euro, prelevati dai fondi pubblici.
In Libia l’intervento italiano non si limita all’ambito della sicurezza, ma prevede ampi finanziamenti a beneficio di infrastrutture, sanità, trasporti, energie rinnovabili, insegnamento, formazione del personale e ricerca scientifica. Ma il centro focale del documento resta la questione migratoria, ago della bilancia nei rapporti con la Libia e tema dirimente nell’equilibrio politico interno italiano. Dal 2017 Roma è impegnata nella formazione e nel finanziamento delle istituzioni di sicurezza e militari libiche. Delle sovvenzioni beneficiano, poi, anche i cosiddetti “centri di accoglienza”, più volte citati dalla comunità internazionale come veri e propri luoghi di detenzione.
La comunità internazionale - Tra le rotte migratorie verso e all’interno dell’Europa, quella del Mediterraneo centrale si rivela da anni la più letale. I recenti dati (24 ottobre) dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), parlano di almeno 2.836 tra morti e dispersi nel 2021. E chi riesce a sopravvivere finisce a ingrossare le fila dei rimpatriati detenuti nei lager. Oltre 100mila, nella sola Libia, nei primi quattro anni di accordi tra Roma e Tripoli. Qui i prigionieri vivono in condizioni disumane, subendo regolarmente torture e trattamenti degradanti. Anche l’Alto commissario per i diritti umani dell’Onu ha recentemente riconosciuto che dietro le pratiche di rimpatrio “assistito”, supportate anche dall’Unione europea, si nascondono violenze sistematiche. Di questo parlano, da anni, le innumerevoli indagini di ong come Amnesty International, Medici senza frontiere, Oxfam: tutte presenti alla manifestazione di Roma, per chiedere al nuovo governo italiano un cambio di direzione che appare, però, estremamente improbabile.
In continuità - Il sostegno della politica italiana all’attuale gestione dei flussi migratori nel Mediterraneo ha dimostrato, negli anni, di non scontentare quasi nessuno. Da chi rivendica con orgoglio la riduzione degli sbarchi sulle coste italiane, a chi ne fa un discorso di Realpolitik e di contingenza. Il dibattito resta contenuto dentro il perimetro di un inevitabile mantenimento dello status quo. A rappresentare l’Italia nel patto con Tripoli, nel 2017, c’era il governo guidato dal Partito democratico, a dare il tacito assenso per il suo rinnovo, nel 2020, il secondo governo Conte, sostenuto dalla maggioranza “giallorossa” di Pd e Movimento 5 stelle. Il governo Draghi, caduto prima di potersi esprimere, si è limitato a garantire “aiuti e sostegno” al paese partner. La premier in carica, Giorgia Meloni, si trova ora per le mani il dossier di un paese protagonista in almeno tre voci della sua agenda politica: commercio, energia e sicurezza. E il sogno di una nuova centralità dell’Italia nel Mediterraneo sarà probabilmente ridimensionato dalla necessità di mantenere gli equilibri, interni ed esterni. Almeno nella prima fase di governo. Tanto basterà perché il memorandum si rinnovi, continuando a legittimare la mattanza nello spicchio di mare che divide le coste italiane dalle prigioni libiche. E rimandando la questione al governo del 2025.










