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di Niccolò Zancan

La Stampa, 1 maggio 2023

Nel Centro di identificazione i migranti vivono tra rifiuti e materassi marci. Duemila ospiti per 400 posti. Ahmad, siriano: “Non ci aspettavamo che l’Italia fosse così”. Dentro. Nell’hotspot di Lampedusa. Ventisette bottiglie di plastica piene di piscio contro la parete, perché la coda per il bagno è troppo lunga. Coda per un lavandino. Coda per poter prendere da mangiare un panino nella plastica. Coda per fare il tampone. E coda, anche, per esistere in questa parte del mondo: “Avanti il numero 19 del sedicesimo sbarco del 27 aprile!”.

Pre identificazione, identificazione, impronte digitali, foto segnalamento. È un giorno di ordinaria emergenza alla porta d’Europa: 400 posti, dentro 2 mila persone. E cosa ci fa qui, in mezzo al disastro, un ragazzino siriano con la faccia allegra e i modi gentili? Come ti chiami? “Mi chiamo Ahmad, ho 15 anni. Con mio padre siamo scappati da Latakia. C’è la guerra. Ci sono rapimenti continui. Da Damasco abbiamo preso un volo per Bengasi. Noi vorremo andare in Olanda da mio zio. E dopo il nostro arrivo, vorremmo fare partire mia madre e le mie sorelle Sahara e Mariam. Questo è il nostro secondo tentativo di attraversare il Mediterraneo. Nel primo la Guardia Costiera libica ci ha rimandato indietro. Nella prigione di Tripoli ci odiavano. Non hanno rispetto per nessuno. Ci hanno rubato i soldi e il telefono. Non c’era da mangiare. Ci hanno rilasciato dopo due mesi. Abbiamo pagato altri 7500 dollari per partire ancora nel mare, con altre 145 persone, su una barca di 11 metri”.

Il ragazzino è candido dentro un mondo in disgrazia. Estintori abbandonati, cavi elettrici scoperti, tredici panchine di ferro arrugginito per tutte questa gente. E un rivolo marrone che corre in mezzo ai piedi nudi e alle ciabatte. Ma cos’è? “Sì, è quello che pensate”, dice il nostro accompagnatore.

Abbiamo avuto il permesso di vedere da vicino questo disastro. I migranti stanno facendo le pulizie del campo, perché nessuno della cooperativa “Badia Grande” le fa al posto loro. È una cooperativa già sotto indagine a Trapani per un altro centro di accoglienza, su cui pendono diverse penali per inadempienza. Qui dovevano garantire il servizio di un infermiere per le prime cure, ma si è scoperto che quell’infermiere non era abilitato. Dovevano fornire dei mezzi di trasporto efficienti per i collegamenti con il porto, ma il pullman per portare via i migranti si è rotto diciassette volte negli ultimi tre mesi.

È un paradosso. Questo è un posto dello Stato. Ma gestito da privati. In un conflitto tale di interessi, che persino la polizia ha denunciato l’ente gestore. Ci sarebbe da chiedere anche i danni d’immagine. Perché questo hotspot ormai è sotto gli occhi del mondo, stanno arrivando fotografi spagnoli e inglesi. Il nuovo questore di Agrigento, Emanuele Ricifari, come primo atto del suo insediamento ha annunciato un esposto in procura per segnalare tutte le irregolarità.

Basta girare il lato visibile della struttura, quella che dà sulla strada, per rendersi conto. Cumuli di immondizia accatastati. Un furgone rotto abbandonato fra il cancello e la rete perimetrale. Una porta divelta, montagne di materassi marci e ancora utili, infatti vengono distribuiti. Non c’è un’area per i bambini, tantomeno per le donne in gravidanza. Per le persone fragili. Sono tutti indistintamente schiacciati dentro questa gabbia folle, sporca e esplosiva. Non solo i migranti, non solo la cooperativa che dovrebbe fare funzionare l’hotspot. Dentro c’è l’Esercito Italiano, primo container a sinistra. C’è l’Unhcr, l’agenzia dell’Onu per i rifugiati. Ci sono Frontex e l’Euaa, l’Agenzia dell’Unione europea per l’asilo che avrebbe il compito di velocizzare la pratiche. Ma “velocizzare” qui è una parola che non si può neppure pronunciare, per carità di patria.

I migranti si mettono in coda alle 10 per potere prendere da mangiare alle 13. Ogni tanto scoppia un litigio. Sono tutti stanchi, stremati. I nuovi e i vecchi, quelli che ci sono, quelli che verranno e quelli che resistono da troppo tempo.

Quindi: l’Italia e l’Europa e il disastro sono qui. Il container della Polizia di Stato può contare su sei postazioni per prendere le impronte digitali: 6 postazioni per una necessità che può arrivare a mille persone al giorno. “Se il mare si alza, tutti restiamo bloccati a Lampedusa”, dice un investigatore della Squadra Mobile. “Ma il problema è anche un altro. Facciamo fatica a trovare pullman e navi. Non ce li affittano perché sono per i migranti”.

Non si era mai visto un ghetto così. Un ghetto ormai istituzionalizzato. Dove ogni giorno centinaia di persone cercano di fare la loro parte, pur nella consapevolezza di quanto sia impossibile. Nel grande affollamento, c’è uno spazio vuoto. Il padiglione posteriore, ultimo in fondo a sinistra, è inutilizzabile da quattro mesi: si sono rotti gli impianti idraulici, l’acqua arriva ai piedi dei letti. Così il rischio è un cortocircuito o peggio. Eppure servirebbero posti, servirebbero eccome, servirebbero manutenzione e cura.

Anche oggi i bambini dormono per terra, proprio sull’asfalto. Alcuni ragazzi hanno messo dei teli di nylon, tirati fra i rami degli alberi, per ripararsi dalla pioggia. Sta piovendo forte e lo scarico della fogna si è preso il centro del campo, allagandolo.

Un’altra ala dell’hotspot è quella ristrutturata recentemente, perché era stata distrutta in un incendio scoppiato durante una rivolta nel 2015. Questo non è mai stato un posto facile. Ma adesso porta il segno degli anni e della fatica di tutti. Sulla parete di una stanza, con quattro brande di ferro, qualcuno ha lasciato la mappa della sua vita. Ha scritto: “Sesta volta qui”. E poi: “Gorissia. Gervasio. Cpr Milo-Trapani. Djerba”.

Entro due settimane la gestione dovrebbe cambiare. Verrà estromessa la cooperativa sotto inchiesta, subentrerà la Croce Rossa. Ma pur con le migliori intenzioni, un posto per 400 persone non può ospitarne 4 mila: questa è algebra.

Il ragazzino siriano Ahmad sta al riparo sotto ai rami di una tamerice. “Non mi aspettavo che l’Italia fosse così. Ma è sempre meglio della Libia. Voi non ci avrete derubato, voi non ci odiate. Se con mio padre riusciremo nell’impresa di arrivare in Olanda, penserò a questo posto come il primo posto felice della nostra nuova vita”.