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di Alessandra De Vita

Grazia, 26 giugno 2025

In Emilia Romagna e Veneto tre donne musulmane sono state picchiate perché ritenute poco rispettose delle regole religiose. Qui alcune ragazze come loro raccontano gli abusi subìti in famiglia. L’hanno accusata di essere troppo integrata nella società occidentale e di non indossare il velo: per questo, poche settimane fa, una 32enne di origini algerine è stata picchiata da un gruppo di uomini a Massa Lombarda, vicino a Ravenna. Pochi giorni dopo, a Modena, una 23enne di origini siriane ha denunciato i suoi genitori per ripetute violenze e minacce. E a Padova una 18enne di famiglia marocchina è stata rintracciata dal padre nella casa protetta dove si era rifugiata: ora l’uomo dovrà portare il bracciale elettronico. Questi maltrattamenti sono più frequenti di quanto si creda tra le donne di estrazione islamica. Grazia ha ascoltato tre ragazze che hanno subìto violenza per aver infranto i dettami della Sharia, le leggi islamiche che si ispirano alla religione, o regole della tradizione.

Sabah, di origini tunisine, vive a Milano da oltre dieci anni. “Sin da bambina”, racconta, “ho sempre dovuto fare da serva a mio padre altrimenti erano botte. Quando ho chiesto aiuto a mia madre, mi ha picchiata anche lei. Quando uscivo da scuola, controllavano i miei spostamenti con un dispositivo elettronico che ero costretta a indossare. Dall’esterno mio padre sembrava un uomo evoluto, ma era solo per mascherare la sua vera natura. A 12 anni, già cercava un marito per me. A 16 anni mi ha portata in Tunisia dove mi ha fatto incontrare il mio futuro marito di 30 anni più grande: una volta terminato il terzo anno delle superiori, ci saremmo sposati. Non ce l’ho fatta, ho raccontato tutto alle mie insegnanti che mi hanno aiutata. Sono stata portata in una casa rifugio”.

Gli avvocati dell’associazione che protegge Sabah hanno vinto la battaglia legale che ha portato a una condanna per il padre. Sabah è finalmente libera. “Per le ragazze musulmane è più complicato denunciare, perché per loro è come firmare una condanna emessa dalle persone di cui più si fidano, i genitori”, spiega Ebla Ahmed, presidente dell’associazione Senza veli sulla lingua che sostiene le vittime di violenza. “Purtroppo”, dice Ebla, “ci sono molti imam (capi delle comunità religiose, ndr) che affermano che secondo il Corano la donna è un oggetto dell’uomo. Questi uomini non rispettano la religione musulmana che confondono con i loro retroterra culturali. Ma le ragazze che nascono in questi contesti non hanno gli strumenti per capire che cosa sia sbagliato”.

Anche chi, come Amal, cresce in una famiglia emancipata, può cadere in trappola. “Ho 34 anni e sono nata e cresciuta a Modena da genitori marocchini”, dice. “Mio padre non mi ha imposto nulla e quando ho messo il velo, ci è rimasto un po’ male”. Amal ha divorziato da poco, dopo essere fuggita di casa con due bimbi piccoli. “Lui era violento, ma mi impediva di lasciarlo perché mi diceva che per l’Islam l’uomo può divorziare quando vuole, mentre alla donna occorre una giusta causa. Molti manipolano il Corano perché noi donne cresciute in Europa non conosciamo bene la nostra religione. Il mio ex mi minacciava di morte, perché, secondo lui, non ero una brava moglie musulmana. Non frequentava la moschea ma imponeva a me di insegnare il Corano a mia figlia. Dopo essere scappata, e averlo denunciato, ho ottenuto il divorzio ma lui può vedere la bimba. Ci controlla”.

Seynabou, 23 anni, è nata a Milano e ha origini senegalesi. Ha un passato molto difficile: “Ero piccola, mia madre costringeva le mie sorelle più grandi a prostituirsi e mio padre mi picchiava. Chiamai gli assistenti sociali e lui fu arrestato, perché si scoprì che spacciava. Quando è tornato dal carcere, mi hanno cacciata di casa. Poco dopo ho conosciuto il padre di mia figlia, senegalese. Fino ad allora pensavo di essere agnostica, ma lui mi ha fatta riavvicinare all’Islam. Ho messo il velo. Dopo pochi mesi ci siamo sposati. Mi diceva che se volevo essere rispettata dalla comunità dovevo essere sposata o sarei stata vista come una donna facile. Aveva rapporti con me anche quando non volevo, non potevo uscire di casa. Abbiamo avuto una bambina. Quando ha iniziato a picchiarmi, l’ho denunciato. Sono in attesa di processo e andrò fino in fondo perché non voglio che veda più mia figlia”.