di Silvio Messinetti
Il Manifesto, 6 febbraio 2025
Non ha commesso il fatto: l’attivista curdoiraniana è stata scagionata dalle accuse. La pm l’aveva definita una “hostess di bordo”. Alle 17.02 di ieri è terminato l’incubo di Maysoon Majidi, l’attivista e regista curdoiraniana imputata a Crotone con l’accusa di concorso in favoreggiamento dell’immigrazione irregolare. Un processo kafkiano, una vicenda grottesca e quasi 400 giorni di calvario che si sono conclusi con la sibillina formula di rito: “Assolta per non aver commesso il fatto”.
Maysoon non era una scafista, “una hostess di bordo” come incredibilmente l’ha definita ieri nella sua requisitoria fiume di 95 minuti la pm Rossella Multari. Maysoon Majidi è una “perseguitata politica e non una migrante economica, scappata dall’Iran per sfuggire alle persecuzioni del regime. Trentasette organizzazioni hanno accertato che ho collaborato in tutti questi anni con loro”: così lei stessa si è definita durante le brevi dichiarazioni spontanee in apertura di udienza.
Per la prima volta ieri è arrivata nella città pitagorica da donna libera dopo la scarcerazione del 2 ottobre. Si è presentata nell’aula 3 delle udienze penali del tribunale di viale Mazzini alle 11. Al collo una kefiah con i colori della bandiera del Kurdistan e nello zaino anche la prima pagina del nostro giornale a lei dedicata. È rilassata, ma solo in apparenza. In realtà, la tensione c’è eccome. L’abbraccio della rete Free Maysoon stempera un po’ gli animi. L’aula è gremita in ogni ordine di posto. L’unico politico presente è il consigliere regionale Ferdinando Laghi, insieme a Francesco Saccomanno del Prc.
C’è l’Arci con il presidente provinciale Filippo Sestito. E poi delegazioni da Catanzaro, Reggio, Cosenza, Vibo Valentia. Attivisti giunti persino da Brindisi per un caso che ha scosso l’opinione pubblica. La difesa, per una precisa strategia processuale, ha rinunciato all’esame dell’imputata e la parola è passata alla pubblica accusa. Nella requisitoria la pm ha attaccato subito la stampa e i mezzi di informazione “per il processo mediatico imbastito, mentre la procura ha evitato show televisivi”.
È una requisitoria che tende a dimostrare la complicità di Maysoon con il sodalizio che avrebbe organizzato la traversata dalla Turchia. Gli elementi a suffragio della tesi sono però deboli, capziosi e generici. Per cui ha buon gioco il difensore Gianfranco Liberati nello smontare l’impianto accusatorio nel corso della sua arringa: “Le ricevute di avvenuto pagamento del viaggio confermano che Maysoon era semplicemente una passeggera a cui, come tutti i migranti, era stato sequestrato il telefonino che infatti risulta spento dal 26 al 30 dicembre”.
In quanto alla sua presunta fuga dopo lo spiaggiamento, in località Gabella, su un tender insieme ad altri cinque naufraghi tra cui il capitano e il fratello Rezhan, essa fu dovuta unicamente alla paura di essere espulsa in Iran. A fronte della richiesta di condanna a 2 anni e 4 mesi con una multa monstre di 1 milione di euro, la difesa ha reiterato la richiesta di assoluzione con formula piena.
Dopo una breve Camera di consiglio, il boato del pubblico in aula ha fatto da sottofondo alla lettura del dispositivo da parte del presidente Gianfranco D’Ambrosio. “Donna, vita e libertà” scandiscono i 50 attivisti presenti. Soddisfatto il difensore di Maysoon per l’assoluzione: “La mia assistita è stata vittima due volte, dei trafficanti e di una indagine che l’ha quasi distrutta nel fisico e nell’animo. Non è mai facile prevedere una sentenza ma c’erano tutti i presupposti perché fosse di assoluzione piena e così è stato. Il pubblico ministero ha perorato per oltre un’ora la sua causa. Ha presentato anche una memoria corposa per sostenere quanto, a mio avviso, era insostenibile”. E infine: “Nella mia arringa difensiva ho fatto rilevare tutte le incongruenze dell’impianto accusatorio, già emerse in occasione dell’escussione dei testimoni a favore di Maysoon dello scorso 22 ottobre, data del suo rilascio. E la sua serietà, la volontà di porre fine a questa bruttissima pagina della sua vita”. Passata la paura, tutti a festeggiare in un circolo Arci.











