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di Giansandro Merli

Il Manifesto, 5 settembre 2025

La Cassazione rinvia alla Consulta la detenzione “senza titolo” di chi chiede asilo a Gjader e viene riportato in Italia. La norma è stata introdotta in fase di conversione del decreto per neutralizzare le decisioni della Corte d’appello di Roma. Il progetto Albania rischia di perdere un altro pezzo. Ieri la prima sezione penale della Cassazione ha sollevato “palesi” dubbi di illegittimità costituzionale su una norma introdotta, con un emendamento “fuori sacco”, nella conversione in legge del decreto del 28 marzo scorso. Quello che estende l’uso dei centri di trattenimento di Gjader ai migranti “irregolari” già presenti sul territorio nazionale.

Per la prima volta nella storia dell’Italia repubblicana un governo ha provato a legittimare per legge la privazione della libertà personale senza alcun titolo. Una misura degna dei peggiori regimi, dove il potere politico decide di mandare le persone dietro le sbarre senza motivazione né controllo dei giudici. Una misura che, secondo gli ermellini, rischia di intaccare le fondamenta stesse dell’ordinamento costituzionale, a partire dai principi inderogabili di status libertatis e habeas corpus (che hanno le loro radici nella Magna Charta Libertatum del 1215 e sono codificati sin dalla rivoluzione inglese del Seicento). Per questo la Cassazione ha rinviato alla Consulta la modifica legislativa. La norma era stata pensata dal governo Meloni per neutralizzare le decisioni della Corte d’appello di Roma che da aprile dispone il rientro in Italia di chi chiede asilo a Gjader.

I giudici della capitale hanno rilevato, sin dal primo momento, il contrasto tra la direttiva accoglienza e la presenza fuori dal territorio nazionale di chi fa domanda d’asilo secondo procedure diverse da quelle “accelerate di frontiera”. Un ragionamento sostenuto dal rinvio alla Corte di giustizia Ue che la Cassazione ha avanzato il 29 maggio per chiarire se questo aspetto - e quello precedente: il trasferimento degli “irregolari” dall’Italia - siano compatibili con il diritto europeo.

In pratica, cercando di ovviare al bug per cui chiunque chiedeva asilo a Gjader tornava non solo in Italia ma anche in libertà, il governo ha stabilito - tra il varo del decreto e la conversione in legge - che dopo il rientro sul territorio nazionale, nel porto di Bari, e prima di una nuova richiesta di trattenimento del questore il migrante “permane” in detenzione. E proprio in questo segmento, che può durare fino a 48 ore, la persona resta privata della libertà personale senza giustificazioni. Come nei regimi, appunto. Da queste parti invece, almeno per ora, c’è la Costituzione e il dubbio degli ermellini è che la prassi violi gli articoli 3, 11, 24, 111 e 117 della legge fondamentale dello Stato. Non poco, anche perché lo stesso dubbio riguarda una corposa serie di sentenze della Consulta e della Corte di Lussemburgo, di normative Ue e convenzioni internazionali.

Tutto nasce dal caso di un cittadino senegalese rinchiuso nel Cpr di Bari alla fine di aprile e trasferito a Gjader il 9 maggio. Dove successivamente ha chiesto asilo. Così alla Corte d’appello di Roma, competente sui chi fa domanda di protezione nei centri d’oltre Adriatico, è arrivata una nuova richiesta di convalida. Bocciata: il magistrato ha disposto liberazione e trasferimento in Italia. L’uomo è arrivato a Bari il 4 luglio, ma il giorno seguente il questore ha emesso un nuovo provvedimento detentivo, confermato dai giudici locali. Già nel ricorso contro questa decisione la difesa aveva chiesto il vaglio della Consulta. Ma gli era stato negato. A torto secondo la Cassazione, che in un passaggio della decisione di ieri sembra tirare le orecchie alla Corte d’appello pugliese. Scrive che spettava a quel giudice “provocare, mediante il potere diffuso che gli è attribuito dalla Costituzione, l’intervento della Corte costituzionale” su una norma “in patente violazione dei diritti costituzionali fondanti l’ordinamento” e che “non trova neppure alcun appiglio nel diritto unitario” (quello Ue).

Il cittadino senegalese resta comunque in detenzione, perché gli ermellini hanno sospeso il giudizio e non potevano disporne la liberazione. Hanno però dato un’indicazione forte: possono disporla altre autorità. Come un giudice di merito. “Faremo domanda di riesame - afferma l’avvocato Salvatore Fachile, che con la collega Ginevra Maccarrone difende il migrante - In una vicenda simile persino la procura generale ha chiesto di liberare la persona perché in attesa della decisione della Consulta, che richiede tempi lunghi, viene violato il suo diritto di difesa: avere un responso in dieci giorni”.

Il caso, comunque, non riguarda solo il singolo cittadino straniero. Ma, almeno fino alla sentenza della Consulta, tutti quelli che chiederanno asilo a Gjader (al due settembre i trattenuti erano 24). Perché se tecnicamente al rientro in Italia il questore di Bari può ancora chiedere un nuovo trattenimento e la Corte d’appello convalidarlo, “il giudice - afferma Fachile - deve per forza considerare che una eventuale convalida riprodurrebbe un cortocircuito giudiziario a fronte di un costo economico e di uno sforzo giudiziario dello Stato del tutto ingiustificabili”. Al termine di ricorsi e riesami la persona, in ogni caso, tornerà libera.