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di Rosella Postorino

La Stampa, 13 marzo 2023

Se non si garantiscono diritti a tutti in quanto umani, la dignità diventa negoziabile. Fare accordi con i Paesi di provenienza per evitare le partenze è solo demagogia. Quando ho letto la notizia dell’imbarcazione naufragata a poche centinaia di metri dalla riva di Steccato di Cutro mi è tornato in mente un altro naufragio: quello dei 52 profughi curdi davanti al paese di Torre Melissa, anch’esso nel crotonese. Nel gennaio del 2019 i calabresi furono svegliati di notte dalle urla, accorsero in spiaggia nel vento di tramontana e, formando una catena di solidarietà, riuscirono a salvare 51 persone. Purtroppo stavolta, quattro anni dopo, il miracolo non si è ripetuto.

I cittadini che si sono buttati in mare all’alba dello scorso 26 febbraio hanno raccolto, sconvolti, soprattutto cadaveri. C’è un pescatore che da allora continua senza sosta a cercare i dispersi, perché l’ha promesso alle madri. Madri che sono sopravvissute ai figli - niente mi pare più feroce di questo evento contro natura - e che chiedono di riaverne indietro almeno i corpi, seppur senza vita. Il numero dei morti ammonta ormai a 79, 33 sono minori. Un giovane siriano non si perdona la morte del fratello di sei anni. Come se fosse colpa sua. Sarà segnato per sempre da una colpa che non ha: la violenza delle stragi è anche in questo ribaltamento, per il quale chi è vittima si colpevolizza e le responsabilità reali non si riescono ad attribuire.

Storie di genitori, di figli e di fratelli: dovremmo ricordarlo, quando usiamo la parola migranti come un’etichetta. Dovremmo ricordare che, dietro il fenomeno collettivo che occupa le pagine di cronaca e un giorno occuperà i libri di Storia, ci sono singole vicende umane. Persone che avevano affetti e desideri e paure, che hanno avuto compleanni e compiti in classe, litigi e rappacificazioni, coperte rimboccate e baci della buonanotte, un destino individuale, insomma, come noi. Dimenticandolo, sottraiamo loro umanità. Così è più facile operare una rimozione. 26.000 morti in dieci anni, 26.000 vicende personali, intrecciate ad altre vicende personali, un groviglio di relazioni, uguali alle nostre - a immaginarle tutte, sembra di impazzire.

Basta rimuoverle. Deresponsabilizzarsi. Dire che sono loro, gli imprudenti, se mettono a rischio sé stessi e i figli. Se arricchiscono i trafficanti. Se non accettano la propria condizione e tentano invece di migliorarla, come faremmo noi. Sono imprudenti, al pari delle ragazze iraniane che l’8 marzo hanno ballato a capo scoperto per strada, per esempio, o delle ragazze afghane che si riuniscono in scuole clandestine per studiare, sebbene i talebani glielo abbiano proibito. Sono imprudenti come tutti gli esseri umani, convinti di aver diritto alla dignità semplicemente perché umani. Nel saggio La persona e il sacro Simone Weil scrisse che nessun uomo può dire a un altro “lei non mi interessa” senza commettere una crudeltà e ferire la giustizia. Ci interessano davvero queste persone?

Nel 1939, dopo che in diversi Paesi dell’Europa erano state promulgate le leggi razziali, il transatlantico St. Louis salpò da Amburgo con centinaia di ebrei a bordo, in cerca di salvezza oltreoceano. Né Cuba né gli Stati Uniti né il Canada li fecero sbarcare. Non avevano il visto idoneo, il numero di rifugiati ammessi era già stato raggiunto, dovettero tornare indietro. Ci domandiamo come sia stata possibile la più grande tragedia del Novecento, e la risposta è semplice: deresponsabilizzazione, rimozione. Sottrazione di umanità.

Davanti alle foto dei peluche affidati alle onde in memoria dei bambini morti in mare, ho pensato a quando Hitler rubò il coniglio rosa di Judith Kerr, all’infanzia violata, tradita. Nessuno oggi dichiarerebbe che esistono vite di serie A e vite di serie B, come accadeva durante il Nazismo, non sto facendo paragoni ingenui. Ma se non si garantiscono diritti a tutti gli esseri umani in quanto umani, ma esclusivamente a chi appartiene a una precisa comunità nazionale, si trasforma la dignità in un valore negoziabile anziché assoluto. E ci si macchia della “colpa metafisica” di cui parlava Karl Jaspers: rimanere inerti di fronte alle ingiustizie, restare vivi mentre altri soccombono. La vita è degna solo se tutti possono vivere degnamente.

Concentrarsi sugli scafisti - come se non fossero quasi sempre migranti obbligati a prendere il comando - o assicurare accordi con i Paesi di provenienza per evitare le partenze è demagogia. L’omaggio alle bare da parte del governo non avrebbe resuscitato i naufraghi, per carità, ma noi siamo esseri culturali, ci aggrappiamo ai riti e ai simboli per tentare di dare ordine a ciò che ordine non ha, l’esistenza sulla terra.

Nel rito il nostro senso di appartenenza, di condivisione di un medesimo valore, si rinsalda. È probabile che nel quotidiano nessuno di noi abbia portato il lutto per quei morti, ma dalle istituzioni ci si aspetta che, anche soltanto per rispetto formale, i toni restino pubblicamente più sobri. Ho scritto nel mio penultimo romanzo che “la colpa collettiva è informe, la vergogna è un sentimento individuale”. Ogni volta che ci esoneriamo dalle responsabilità, ogni volta che non vogliamo considerare le conseguenze ultime delle nostre azioni e decisioni, ogni volta che operiamo una rimozione, che accettiamo l’ingiustizia, siamo colpevoli. Purtroppo la colpa collettiva svapora - spesso, per paradosso, sono le vittime a vergognarsi. Non riconoscere il dolore altrui come simile al nostro, non provare a lenirlo, ne genera altro. D’altronde, “il dolore è la sola forza che si crei dal nulla”, scrisse Primo Levi. “Basta non vedere, non ascoltare, non fare”.