di Giansandro Merli
Il Manifesto, 17 giugno 2025
Adesso il Viminale se la prende con i velieri e le piccole imbarcazioni: richieste di trasbordi pericolosi e porti lontani anche per loro. Il cambio di tattica perché la flotta civile ha continuato a salvare malgrado tutte le vessazioni. Dopo le navi, le barche. Il ministero dell’Interno ha spostato il fronte della guerra alle ong che salvano vite in mare: ora se la prende con i velieri e le piccole imbarcazioni della “flotta civile”. I primi indizi risalgono a dieci giorni fa, la conferma all’altro ieri: il Viminale indica porti di sbarco lontani anche alle unità di soccorso di dimensioni ridotte. In alcuni casi pretende trasbordi rischiosi, che già due volte i capitani hanno rifiutato per ragioni di sicurezza.
Nelle prime ore del 6 giugno Nadir - veliero lungo 18 metri e largo 4 - navigava verso nord con 115 migranti salvati nelle acque internazionali davanti alla Libia. Lampedusa distava 12 ore. Poco prima delle tre la guardia costiera ha confermato, via mail, che era quello il luogo di sbarco. Otto ore dopo la stessa autorità ha telefonato al capitano: vai a Porto Empedocle. Prima, però, avrebbe dovuto trasferire su una motovedetta italiana i vulnerabili, evitando di separare le famiglie.
Per la capitaneria così si sarebbe garantita la sicurezza della navigazione fino alla lontana Sicilia. Ma secondo l’equipaggio il trasbordo avrebbe creato grossi rischi: in quelle condizioni selezionare i vulnerabili e tutelare l’unità familiare era impossibile. Dopo un tira e molla è arrivata l’autorizzazione a sbarcare tutti a Lampedusa. Poi, però, il veliero è stato multato e detenuto. Due le accuse: non aver comunicato con libici e tunisini e non aver rispettato le indicazioni italiane sul luogo di sbarco. In tutte le precedenti missioni Nadir era approdata sull’isola pelagica. Mai, viste le dimensioni, gli era stato chiesto di andare in Sicilia.
Sempre il 6 giugno la Sea-Eye 5 - unità veloce lunga 23 metri e larga 6 - ha salvato 50 migranti. “Nonostante la limitata capienza della nave, le autorità italiane hanno assegnato il porto di Vibo Valentia, a 295 miglia nautiche dal luogo del salvataggio”, ha scritto l’ong in un comunicato che sottolinea i pericoli derivanti da questa scelta. Per quattro volte ha chiesto di riconsiderarla: non c’è stato nulla da fare.
Domenica scorsa la stessa imbarcazione è finita al centro di un braccio di ferro con il Viminale. A bordo, dopo tre evacuazioni mediche d’urgenza a Lampedusa, aveva 65 naufraghi. Credeva di poterli sbarcare a Pozzallo ma nei pressi delle coste siciliane le autorità hanno dato l’ok solo per i vulnerabili: gli altri sarebbero dovuti andare addirittura a Taranto. Troppo per un mezzo disegnato e costruito per il soccorso in mare, ma non per simili trasferimenti.
“Non possiamo fornire assistenza medica per così tanto tempo. Avevamo quasi finito l’acqua. La sicurezza di naufraghi ed equipaggio sarebbe stata compromessa. Queste prassi violano le indicazioni dell’Organizzazione marittima internazionale”, afferma il capomissione Johanes Gaevert. Da terra, intanto, aveva alzato la voce il sindaco del comune siciliano, il medico Roberto Ammatuna: “Non si capisce chi dovrebbe certificare la presunta fragilità. Fateli sbarcare tutti”. In serata, dopo l’ennesima evacuazione medica di una donna incinta al nono mese, lo stallo si è sbloccato e i naufraghi hanno toccato terra.
Nel frattempo la stessa dinamica aveva colpito la Louise Michel. L’unità rapida - 30 metri per 6 - trasportava 193 persone. Nei pressi di Lampedusa la guardia costiera ne ha prese 147. Le altre sono state spedite a Crotone. “Già a inizio anno ci avevano assegnato Reggio Calabria, ma questo episodio segna un salto nell’escalation: il porto della città ionica è il più lontano di sempre”, fanno sapere dalla ong.
“Queste prassi non hanno alcun supporto normativo e non rispondono ai criteri di trasparenza dell’azione amministrativa - afferma l’ammiraglio Sandro Gallinelli, per 40 anni nella guardia costiera e ora in pensione - I provvedimenti amministrativi devono essere motivati e giustificati: qui non appare alcuna razionalità, se non quella di allontanare le ong dall’area dei soccorsi. Ma non lo si vuole ammettere”.
L’avvocata Lucia Gennari, che difende diverse ong, afferma: “Ordinare a imbarcazioni di piccole dimensioni, come fossero navi grandi, di accogliere per un tempo spropositato le persone a bordo o pretendere di selezionare i vulnerabili in condizioni di sovraffollamento crea forti rischi. Così si obbligano i comandanti a comportamenti pericolosi, sotto la minaccia della detenzione del mezzo”.
Le nuove mosse del governo rispondono a una parziale riorganizzazione della flotta civile seguita al decreto Piantedosi di gennaio 2023 - su cui è atteso il vaglio di costituzionalità della Consulta - e alla prassi di assegnare alle navi porti lontani subito dopo il primo soccorso. Percorrere centinaia di chilometri verso gli scali del nord Italia con poche decine di naufraghi ha moltiplicato i costi delle missioni. I numerosi fermi hanno fatto il resto. Basti pensare che l’ammiraglia delle navi umanitarie, la Geo Barents di Msf, nel 2023 ha portato al sicuro 4.646 persone, l’anno seguente 2.278. Per questo è stata dismessa e sarà sostituita da un’altra tipologia di imbarcazione. La stessa Sea-Eye ha cambiato la sua nave numero 4, passata ora a Mediterranea, con l’unità rapida (la numero 5).
Nonostante tutte le vessazioni subite, però, la flotta civile ha continuato a soccorrere. A inizio mese le ong avevano salvato complessivamente oltre 5mila persone su 23mila sbarchi (poi saliti a 27mila): il 21% del totale, media più alta degli ultimi anni. Per il governo Meloni sono troppe. Anche perché malgrado l’impegno per contrastare i flussi, una vera e propria ossessione, nel resto d’Europa gli arrivi di migranti calano ma in Italia gli sbarchi aumentano.











