di Giansandro Merli
Il Manifesto, 19 marzo 2025
Sono Stati “strategici” secondo il report di inviato da von der Leyen ai leader europei. Un ufficiale di Frontex arriverà a Islamabad a maggio. Tra i paesi di origine che la Commissione europea ritiene “strategici” per le sue politiche migratorie Bangladesh e Pakistan hanno un’importanza particolare. Lo mostra il report sulla “situazione migratoria, marzo 2025” che la presidente Ursula von der Leyen, in vista del Consiglio di domani, ha inviato lunedì ai leader Ue insieme a una lettera sullo stesso tema. In quest’ultima annuncia che anticiperà la lista comune sui “paesi di origine sicuri”, nel documento di 25 pagine elenca invece lo stato dell’arte dei vari ambiti di intervento contro gli attraversamenti di frontiera. L’Unione appare come una mappa di ostacoli opposti alla mobilità umana, che sbarrano la strada dai paesi appena fuori dai confini esterni - Libia, Tunisia, Egitto, Marocco - ma anche da quelli lontani.
In Bangladesh, dove è dislocato dallo scorso anno un funzionario del Viminale per condurre i negoziati sui rimpatri, l’ultimo meeting con la Ue sul tema migratorio si è tenuto il 5 marzo. In Pakistan un analogo incontro si è svolto ad aprile 2024: sette mesi dopo è stato siglato un progetto per la “reintegrazione” dei cittadini pakistani (in cambio di 7 milioni) e a maggio arriveranno due ufficiali di collegamento europei, di cui uno Frontex. Islamabad è già parte delle liste dei “paesi sicuri” di Grecia e Cipro ma non era rientrata, nonostante gli sforzi del governo Meloni, in quella italiana di maggio 2024. L’Europa ora allude al suo inserimento nell’elenco comune annunciato da von der Leyen. Per l’Italia sarebbe un successo: quest’anno il Pakistan è la seconda nazionalità, dopo il Bangladesh, per sbarchi.
La definizione di “paese di origine sicuro” è decisiva per il progetto Albania: solo chi viene da quegli Stati può essere sottoposto alle procedure accelerate di frontiera che prevedono la detenzione durante l’esame della domanda d’asilo, in Sicilia come a Gjader. Finora i giudici nazionali hanno contestato la legittimità della classificazione italiana di Bangladesh ed Egitto, liberando tutte le persone trattenute oltre Adriatico. Le cose cambieranno con la lista europea e l’entrata in vigore del Patto Ue su migrazione e asilo. È prevista a giugno 2026 ma l’Italia vuole anticiparla perché consente maggiori possibilità di designare come “sicuri” i paesi di origine. Per implementare il nuovo Patto, che colpirà duramente il diritto d’asilo in Europa, solo per il triennio 2025-2027 sono già stati stanziati 4,6 miliardi (1,2 riservati a sostenere chi ospita gli ucraini).
Il governo Meloni ha bisogno che il progetto Albania funzioni perché l’Italia è il paese su cui graverà il maggior numero di procedure accelerate obbligatorie: il 26% del totale, ovvero un minimo di 8.016 persone nel primo anno, per poi crescere in quelli successivi. Formalmente queste procedure sono state pensate per chi ha poche possibilità di ottenere la protezione internazionale e dovrebbero accelerarne il rimpatrio, di fatto si traducono in una limitazione del diritto di difesa dei richiedenti asilo dalla dubbia costituzionalità. Per i paesi di destinazione dei flussi, quelli del centro-nord Europa, questo iter speciale ha l’obiettivo di limitare i “movimenti secondari”, interni ai confini Ue. Per l’Italia dovrebbe semplificare, di fatto, le deportazioni. Il quadro pone l’urgenza di esternalizzare i migranti oltre Adriatico e concludere accordi con i paesi di origine in testa agli sbarchi. In caso contrario la Sicilia diventerebbe un grande centro di detenzione per conto di Bruxelles. Non il massimo per un esecutivo sovranista.
Per tutto questo, comunque, ci sarà tempo. Intanto Meloni ha bisogno di sbrigarsi a riempire i centri in Albania. Il loro futuro immediato dipende dalla causa sui paesi sicuri che pende davanti alla Corte di giustizia Ue. Ai giudici di Lussemburgo ieri la premier ha inviato, dai banchi del Senato, l’ennesimo monito: “L’auspicio è che la Corte scongiuri il rischio di compromettere le politiche di rimpatrio, non solo dell’Italia ma di tutti gli Stati membri e dell’Ue stessa, perché significherebbe minare alla base il sistema di Schengen e la stabilità stessa dell’Europa”. In realtà i rimpatri sono possibili pure verso i paesi non sicuri se la persona, anche seguendo la procedura ordinaria, non ottiene l’asilo. Ma la realtà è un’altra storia.











